Recensioni

Li avevamo ritrovati alle prese con un ambient-metal ieratico e brutale – no, non quello di Sunn O))) e soci dronici, ma un disperato grido no future carburato a riff di Mötörhead e liquami fognari (there is no Planet B, recitava uno degli episodi più incisivi); hanno riposato le loro membra stanche nella palude in cui un boogie opaco risuonava, inoculato delle più disparate sostanze chimiche; si sono poi avventurati nel selvaggio Ovest a bordo di ispide scapole di elefanti in acido, come rabdomanti alla ricerca di una nuova tonalità occulta tra le varie già esplorate, da risucchiare e assimilare in un corredo genetico-sonoro già saturo di intuizioni. Adesso, i sei dell’ex colonia penale albionica ripongono le armi e le sei corde, e “pluggando” cavi colorati e girando manopole, fanno scattare il loro garage ermetico nella stratosfera come l’astronave space disco degli ELO.
Dal disco no-global a uno totalmente globalizzato, il passo è breve: laddove prima l’impianto narrativo si sviluppava in scenari post-apocalittici da fumetto, raccontando le tensioni ambientali tra uomo e natura, qui si abbandona completamente la visione pessimistica e distruttiva di quello che potrebbe essere, abbracciando una prospettiva totalizzante e liberatoria – bye bye, Shanghai, I’ll become a butterfly, a significare una metamorfosi non solo sonora, ma anche (con)testuale: smarcarsi dai fumi tossici di una Babilonia moderna e ipotetica, abbandonare la lingua incomprensibile ivi parlata e abbracciarne di nuove – un esperanto che racchiude in sé 11 idiomi, come quelli impiegati per stampare le sempre curatissime variant viniliche. Un disco così terreno, nell’autentico senso del termine: legato ai luoghi, alla vita errabonda dei tour, all’iterazione/interattività della musica prodotta – un bel modo per guardarsi addietro, in tempo di pandemia (il disco è stato interamente registrato nelle rispettive case di ciascuno dei membri, come spesso accade/è accaduto con gli album di recente uscita), e constatare il proprio impatto, se vogliamo anche sub-culturale, sul proprio auditorio. Interessante constatare che questa sorta di autoanalisi o riflessione interna sia perpetrata attraverso nuove spoglie, con scale tutte maggiori, composizioni architettate sulla base di sequencer MIDI e non di wah-wah, muri di suono impenetrabili e pentacoli rosso neon.
Un trip multiculturale in transit che parte da Melbourne e arriva a Shanghai, un suono rinfrescato dalle sottrazioni – meno feedback, meno ritmica con un suono più gommoso (col batterista “superstite” che intanto si sfoga così), meno male. Ma sarà poi vero che le farfalle vivono per un solo giorno?
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