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Spotify e l’inganno dei ghost artist

L’indagine di Liz Pelly svela i retroscena del programma Perfect Fit Content: playlist riempite con musica di artisti fasulli per ridurre le royalties

Non c’è giorno in cui Spotify non venga attaccata per il suo modello di business. Per Charlie Benante degli Anthrax è il luogo dove la musica “va a morire”, mentre Lily Allen e Kate Nash evidenziano il paradosso: mostrarsi su OnlyFans per un migliaio di iscritti è più redditizio che avere milioni di ascoltatori mensili sulla piattaforma.

Daniel Ek, CEO di Spotify, non ha mai nascosto le sue politiche. Ha esortato gli artisti a non rallentare la produzione, minimizzando il costo della creatività, e ha reinvestito parte dei ricavi – ottenuti dallo streaming – in settori controversi come la tecnologia bellica.

A peggiorare la situazione, il report di Liz Pelly pubblicato su Harper’s Magazine getta nuova luce sul programma Perfect Fit Content (PFC) introdotto nel 2017. Secondo lo studio, Spotify collaborerebbe con una rete di case di produzione per creare musica firmata da artisti inesistenti, in particolare in ambito jazz, classica, ambient e lo-fi hip-hop.

La musica fantasma e le playlist low-cost

Questi brani costano meno rispetto alle royalties già esigue spettanti agli artisti reali, incrementando i margini di profitto della piattaforma. Ex dipendenti raccontano che, agli inizi, molti editor ignoravano l’origine di queste tracce. La filosofia interna era chiara: “Se le metriche crescono e l’utente non se ne accorge, allora va bene così”.

Nella sua indagine, Pelly cita il lavoro del quotidiano svedese Dagens Nyheter, che nel 2023 ha scoperto venti compositori dietro la creazione di oltre 500 artisti inesistenti, molti dotati di biografie inventate. Le loro composizioni popolano playlist di successo come Ambient Relaxation e Deep Focus, accumulando milioni di stream.

Un futuro guidato dall’AI?

Oltre alle accuse sul PFC, il report rivela un cambiamento interno significativo: diversi editor storici, contrari al modello, sono stati progressivamente sostituiti da personale più compiacente. Nel frattempo, cresce il sospetto che Spotify stia puntando sull’intelligenza artificiale per automatizzare ulteriormente la produzione musicale, riducendo ancora i costi e allontanandosi ancor di più (se è possibile) dall’idea di piattaforma al servizio degli artisti.

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