Il palco degli U2 a Torino il 21 luglio 2001 (foto di Luigi Salituri)

21 luglio 2001: vent’anni fa il concerto degli U2 a Torino durante il G8 di Genova

U2, 21/7/2001-21/7/2021: our spirit will never grow old.

Con il cuore a metà tra Torino e Genova. Fu così che vent’anni fa, il 21 luglio 2001, 70mila anime assiepate nel vecchio stadio Delle Alpi assistettero al concerto degli U2 in programma proprio durante il G8 tenutosi nel capoluogo ligure. Una serata storica entrata di diritto nella leggenda della band irlandese, per alcuni fan il più bel concerto di Bono & co. nel nostro Paese, con rispetto parlando verso le parimenti mitiche puntate italiane degli anni ’80 e primi ’90.

L’Elevation, il tour a supporto di quel All That You Can’t Leave Behind pubblicato a ottobre dell’anno precedente, arrivò in Italia in una veste rinnovata. Quel giro mondiale si tenne interamente nei palazzetti ad eccezione di tre appuntamenti: il doppio dublinese a cavallo tra agosto e settembre e, appunto, quello nel Belpaese, dove il quartetto era (ed è) amatissimo e la richiesta di biglietti era di gran lunga superiore all’offerta, con la band irlandese che avrebbe dovuto suonare per lo meno una decina di date consecutive per far contenti tutti. Per questo fu allestito uno spettacolo open air aperto a più di 70mila spettatori, con un palco più grande e potenziato nell’impianto audio e luci, che ovviamente non ce la fece a soddisfare tutti gli adepti nostrani in cerca del prezioso tagliando. «Tutta l’Italia è qui stasera», disse Bono in un italiano stentato, e in quel momento fu proprio come se l’intero Paese fosse stipato in quella fornace dello stadio torinese. Anche chi non c’era, c’era.

Come detto, dati il contesto e i fatti in svolgimento a meno di duecento chilometri di distanza che stavano catalizzando l’attenzione di tutto il mondo, unitamente a una performance oggettivamente grandiosa per intensità emotiva, quella serata assunse un carattere tutto particolare proprio in virtù del fatto che a Genova si stava tenendo il G8. Bono, allora agli albori della sua nuova incarnazione di filantropo e attivista politico a tempo (quasi) pieno, aveva partecipato al meeting, tanto che al concerto arrivò per conto suo all’ultimo, atterrando a Torino direttamente dal capoluogo ligure come una sorta di messaggero incaricato di riferire quanto stesse avvenendo. E non erano buone nuove. Il giorno prima era morto Carlo Giuliani, il sabato fu un’altra giornata di scontri e la sera, proprio nel pieno dell’esibizione torinese degli U2, la polizia fece la famigerata irruzione nella scuola Diaz. «Violence is never right!», gridò il cantante, ovviamente ignaro come tutti i presenti di quanto stesse accadendo, durante Sunday Bloody Sunday, e mai frase fu più tristemente premonitrice. Erano i tempi del Movimento no-global, un mondo – va detto – con cui gli U2 non c’entravano assolutamente nulla. Anzi, loro erano la band globale per eccellenza ma a ben vedere la globalizzazione l’avevano già cantata, denunciandola, svariati anni prima, quindi in qualche modo tutto tornava.

All’epoca qualsiasi cosa facessero gli U2 era amplificata a dismisura, un loro concerto, specie qui da noi, era un evento per cui la febbre iniziava a salire con un assurdo e clamoroso anticipo anche di settimane. Giorni prima un quotidiano titolò: “Gli U2 sono in Italia”, roba che per una qualsiasi altra band uno avrebbe detto «chi se ne frega!». Ma loro non erano una band qualsiasi. L’attesa fu caratterizzata da file lunghissime di fan per accaparrarsi i pochi biglietti disponibili, e quando di volta in volta si aveva notizia che nei punti vendita fosse giunto qualche sparuto mazzetto di tagliandi questo veniva polverizzato in un amen. Un’isteria spaventosa oggi forse inimmaginabile per un gruppo rock.

Si capì subito che non sarebbe stata una serata come le altre. Furono due ore e mezza squassanti, un’overdose di epicità. A molti quel concerto segnò la vita. La scaletta si apri sulle note del brano che dava il titolo al tour, seguito da un altro must del nuovo disco, Beautiful Day, forse l’ultima hit davvero mondiale degli U2, che per la prima volta si guardavano indietro raccontando se stessi, la loro storia. Niente elucubrazioni concettuali a narrare lo spirito dei tempi, niente astronavi e megaschermi, ma uno show semplice, diretto, personale, autocelebrativo, nonostante la cosa apparentemente cozzasse con la realtà intorno, con la cronaca di quei giorni che reclamava tutta l’attenzione. Poi il salto indietro di dieci anni, a Until The End Of The World, e poi ancora indietro a New Year’s Day prima di un intermezzo più calmo ma anche “disturbato”: Kite, Gone e New York, a precedere il guerresco dittico d’antan I Will Follow-Sunday Bloody Sunday che chiudeva la prima parte di show.

All’epoca gli U2 erano soliti “staccare la spina” a metà concerto con un intermezzo semi-acustico, e allora ecco Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of, In A Little While, Desire – con simpaticissima presentazione della band – e Stay. Poi le luci si riaccendevano e si entrava nella parte più calda: si piangeva con il crescendo di Bad, ci si innalzava spiritualmente con la solennità di Where The Streets Have No Name, si ballava con le sinuose movenze di Mysterious Ways e ci si esaltava con il rock di The Fly. E ancora: il sermone contro la circolazione delle armi in America che precedeva il brano antiamericano per eccellenza degli U2, Bullet The Blue Sky, seguito dalla quiete dopo la tempesta rappresentata da With Or Without You.

Pausa e poi di nuovo onstage con l’immancabile One, con appendice Wake Up Dead Man, e Walk On, dedicata come sempre ad Aung San Suu Kyi. Finita? Macché. «One more» anunciò Bono, e i quattro protrassero la scaletta oltre il termine fissato eseguendo Pride. Finita? Neanche a questo giro, perché dopo l’ennesimo bagno di folla sulla passerella a salutare un pubblico caldissimo che fosse stato per lui li avrebbe tenuti lì fino al giorno seguente, ecco un altro «one more» a introdurre «our first single», Out Of Control. Fuori controllo, come tutto quella notte, purtroppo anche le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine alla Diaz proprio mentre in 70mila lasciavano il cuore in quello stadio che oggi non esiste più. Così come forse non esistono più quegli U2 che cantavano «our spirit will never grow old».

Riguardo agli U2 di oggi, invece, ricordiamo che Bono e The Edge hanno recentemente interpretato l’inno degli Europei di calcio 2020, intitolato We Are The People, insieme al DJ olandese Martin Garrix. Su SA trovate un ampio monografico, oltre a diversi contributi, sulla band di Dublino che l’anno scorso ha compiuto quarant’anni di attività discografica, se si inizia a contare dal primo LP, Boy. Tra i vari scritti ci sono la recensione dello stesso esordio datato 1980 e la review, sempre Classic, del succitato All That You Can’t Leave Behind, disco fresco di celebrazione del ventennale.

Tracklist

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