Post nebbia
Post Nebbia, foto di Riccardo Michelazzo

Slalom tra gli imperi che crollano. Intervista ai Post Nebbia

Non era facile partorire un nuovo immaginario interessante quanto quello mediatico di Canale Paesaggi o quello religioso di Entropia Padrepio, ma i Post Nebbia ci sono riusciti di nuovo. Con Pista Nera il quartetto padovano targato Dischi Sotterranei dà prova di una maturità che è al contempo testuale e sonora, dando vita ad ottima quarta tappa sulla lunga distanza che vira il sound verso nuove soluzioni che strizzano l’occhio più al punk che allo psych-pop.

La pista più ripide di tutte viene sfruttata dal frontman Carlo Corbellini come metafora di un mondo che sta crollando su sé stesso, eroso dall’avidità dei potenti e dall’incombenza degli effetti del cambiamento climatico. La speranza verso il futuro è pressoché nulla, anche se la classe dominante fa di tutto per far credere che lo status quo è esattamente come le cose dovrebbero andare. Il pianeta è di pastafrolla, proprio come nell’episodio dei Simpson rievocato nell’omonima canzone, sgretolato da decenni di antropocentrismo sfrenato.

Abbiamo parlato al telefono direttamente con Carlo di questi temi a pochi giorni dall’uscita di Pista Nera e dal loro ritorno dal vivo al CSO Pedro di Padova. È proprio da lì che, inevitabilmente, parte la nostra discussione, dalla festa di Dischi Sotterranei, una tre giorni in cui l’etichetta indipendente raduna il proprio roster e rafforza la propria comunità. Se già l’anno scorso i Post Nebbia avevano dato un assaggio del sound del disco in lavorazione, quest’anno il loro set a mezzanotte è tutto riservato al debutto dal vivo in anteprima di alcuni estratti del disco.

Il frontman della band non riesce a contenere l’emozione nel tornare a suonare live dopo tutto questo tempo (il tour di Entropia Padrepio si è chiuso più di un anno e mezzo fa), soprattutto in una location, come quella, in cui il pubblico è sempre attentissimo e proattivo. Proprio per questo mi racconta anche di aver insistito con gli altri membri della formazione per eseguire solamente brani inediti, piuttosto che rispolverare cavalli di battaglia come Televendite di Quadri.

Ma come sono approdati a questo immaginario montano, dopo la parentesi onirica del precedente album? Il seme del progetto è da ritrovarsi proprio nel lungo periodo passato in tour, in cui la formazione ha affinato la chimica tra i quattro membri. Da lì proviene l’idea di dar vita ad un nuovo capitolo discografico in cui possa essere esplorato maggiormente l’interplay tra i vari componenti, piuttosto che sottoporgli il materiale una volta già abbozzato in home studio.

A suggerire il concept sono state una serie di sessioni in luoghi montani, in cui è emersa l’idea della pista nera come metafora di una società che è in caduta libera verso la decadenza. Proprio come gli impianti di risalita, una volta imbiancati da un candido manto di neve, ma ormai solamente circondati da deprimente e giallognola terra brulla.

Post Nebbia
Post Nebbia, foto di Riccardo Michelazzo

Il concept è stato poi anche ispirato dalla lettura della Trilogia della Galassia di Isaac Asimov, celebri romanzi di fantascienza in cui si parla del crollo di un impero intergalattico e del periodo di caos e decadenza che ne consegue. C’è, però, anche un’altra influenza extra-musicale che ha catalizzato le riflessioni pessimiste della penna di Corbellini: i film del documentarista della BBC Adam Curtis. Mi racconta quanto sia stato scosso e cambiato da due suoi lavori, HyperNormalisation (2016) e Trauma Zone (2022).

Quest’ultimo in particolare, infatti, riecheggia particolarmente i temi del disco: la serie tv, infatti, parla della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dei passaggi storici che hanno portato all’attuale oligarchia al potere. Nonostante fosse piuttosto chiaro che l’impero sovietico stesse crollando sulle proprie fondamenta, i politici hanno fatto finta che non stesse accadendo niente. Proprio come chi, ogni anno, si reca sulle piste sciistiche ignorando le inevitabili conseguenze del riscaldamento climatico e rifugiandosi in un ricordo idealizzato del benessere vissuto in un passato ormai lontano.

Esplorando le influenze sonore dell’LP, decisamente più diretto, veloce e distorto dei precedenti, Carlo cita Ty Segall e gli Oh Sees, così come anche gli Arctic Monkeys prima della svolta degli ultimi due album. Non sono nuovi ascolti maturati in questi due anni, ma influenze che l’hanno accompagnato sin dall’adolescenza, anche se, fino ad adesso, faceva fatica ad incorporarle nella propria musica. Parlando di ispirazioni mi rivela anche che il tagliente assolo di Taxman dei Beatles è il suo preferito di sempre, paragonandolo ad un irrequieto bambino di cinque anni che irrompe nella canzone con tutta la sua energia. Curiosamente, Carlo considera Pista Nera come il suo disco più bossanova: a ragione, dato l’utilizzo di particolari accordi, pattern ritmici o l’incursione della sei corde acustica in Io Non Lo So.

Anche chitarristicamente parlando l’idea è quella di sperimentare verso nuovi lidi, lasciando in secondo piano le qualità oniriche del suo playing in favore di soluzioni più incisive e distorte. Mi rivela che il (costoso) pedale Space Bender della Death By Audio è stata una vera e propria pietra angolare del nuovo sound, venendo utilizzato con le sue indomabili code di riverbero e qualità acide anche sui sintetizzatori. Scherzando, mi racconta come, nonostante le strutture dei brani si siano fatte più essenziali e pensate per l’esecuzione dal vivo, sia finito per utilizzare complicate combinazioni di pedali a ogni brano.

Per quanto riguarda il processo creativo, come anticipato prima, gli altri membri della formazione sono stati maggiormente coinvolti in fase di scrittura, facendo sì che ognuno potesse dare il proprio contributo. Le strutture di diversi brani come Lingotto e l’intro strumentale Leonardo, infatti, provengono da jam session in cui hanno sperimentato organicamente. L’idea è stata quella di non comporre parti poi innaturali da suonare, come può purtroppo accadere quando si scrivono groove al computer col MIDI, ma tutte sezioni replicabili facilmente dal vivo. I testi, invece, sono nati contestualmente ai brani, anche se a velocità differenti: alcuni sono stati completati nel giro di pochi giorni, mentre altri tormentano il frontman con alcune frasi fino al completamento della stesura finale.

Virando per un attimo dall’ultima fatica sulla lunga distanza sono curiosissimo di sapere se la formazione ha mai pensato di realizzare una colonna sonora. Non sarebbe per niente strano, dato che i Post Nebbia curano moltissimo il lato visuale del progetto, e che la compagna di roster Coca Puma ha debuttato nel mondo della settima arte pochi mesi fa con la colonna sonora di Quasi a Casa di Carolina Pavone. Carlo afferma che gli piacerebbe tantissimo e che, proprio in questi giorni, stava sperimentando la scrittura per immagini con i sintetizzatori ispirandosi al celebre album Plantasia oppure utilizzando sonorità 8-bit. Chissà.

Poco prima di terminare l’intervista torniamo nuovamente a parlare della “famiglia” di Dischi Sotterranei, la label che ha visto crescere la formazione sin dall’inizio. La mente dietro ai Post Nebbia è convintamente schierata contro l’idea del musicista illuminato capace di gestire tutte le fasi del processo creativo, credendo piuttosto in un approccio comunitario in cui si è circondati da persone fidate. All’individualismo dei tempi moderni conviene rispondere unendosi in nuove collettività, sia musicali che non.

Guardando al prossimo futuro, il calendario dei Post Nebbia è più folto che mai. Da gennaio la band inizierà un tour nei principali live club italiani e, durante la settimana del mese, prenderà parte a Eurosonic, il più importante showcase festival europeo. Carlo è carichissimo, non vede l’ora di suonare e mi rivela che potrebbero annunciare anche dei concerti all’estero.

Se la pista nera descritta nell’album porta irrimediabilmente verso il baratro e il collasso politico-ecologico, il prossimo anno potrebbe essere molto meno ripido per i Post Nebbia, pronti a dimostrare a tutti, ancora una volta, di essere uno dei gruppi italiani più interessanti del momento.

SentireAscoltare