Carlo Corbellini dei Post Nebbia
Carlo Corbellini dei Post Nebbia, foto per la stampa di Ilaria Ieie (2022)

Come la vodka in una bottiglietta d’acqua: intervista a Carlo dei Post Nebbia

Cinque o sei anni fa, nel parcheggio di una pizzeria dietro casa mia, a Padova, c’è stata una presunta apparizione. La gestione ha lucrato su questa cosa, a un certo punto sono arrivati dei pulmini dalla Calabria, con questa setta cattolica. Hanno organizzato un convegno nel parcheggio, tirando su una gigantografia di Gesù Cristo, e un botto di tricolori. Poi la pizzeria ha cambiato gestione, si è un po’ infighettata.
Carlo Corbellini

Non credo esista miglior aneddoto per raccontare la dimensione-Post Nebbia: un piano della (sur)realtà in cui si mescolano sacro e profano, etereo e provinciale, la periferia di Padova come la scenetta di un romanzo di Pynchon. Il narratore è Carlo Corbellini (polistrumentista, autore, produttore), con cui ho il piacere di scambiare quattro parole sul suo ultimo lavoro, Entropia Padrepio: «Era l’inizio di un ritornello che mi girava in testa da molto tempo – spiega – ma poi di quel potenziale brano non ne ho fatto niente. Quando c’era da dare un titolo al nuovo disco, ho pensato subito a questi due termini – l’ordine dell’Universo, la sua direzione, contrapposta a questa figura iconografica, religiosa». Del resto, cosa aspettarsi da un disco che inizia con rintocchi a morto, che cita i Goblin di Profondo Rosso e ha una strofa che recita, letteralmente «Procedura di tesseramento: lama sul dito e santino che brucia»? Il commento tecnico lo lasciamo alla recensione: di seguito il resoconto della nostra conversazione telefonica.

L’universo dei Post Nebbia è legato al visuale: Canale Paesaggi era un ovvio riferimento a una dimensione catodica, che in quest’ultimo album si espande e diventa cinematografica (mi viene da pensare a Voce Fuori Campo, che è un termine tipico del cinema)…

Ci può stare, è una chiave di lettura interessante, anche se non la vedo particolarmente in quel modo. Questo disco è sicuramente più melodrammatico e teatrale del precedente, più “larger than life” nelle ambizioni. L’influenza delle soundtrack e della library è comunque forte, mi sono lasciato ispirare dal mondo dei compositori dei B-movies anni ’70 italiani: Stefano Torossi, ad esempio, che ha fatto un disco intitolato Feelings, che ho consumato. La colonna sonora di Profondo Rosso, e poi i soliti noti: Cipriani, Alessandroni, Ortolani. Tra l’altro ci sono arrivato per vie traverse, grazie ai samples di Madlib e J Dilla, grazie a progetti musicali come i Calibro 35: sono partito dal revival, arrivando poi alla materia originale.

Del disco mi colpisce, tra le varie cose, la scelta dei titoli, tipo Morte Rituale: qua mi viene in mente Jodorowsky, La Montagna Sacra

Sì, il mondo è quello là: riti di sacrificio, esoterismo, volendo la massoneria. Ci vedevo gli Anni di Piombo dentro. Ma ho scoperto essere una chiave di lettura soltanto mia.

Sarebbe?

Mi ispiravano molto gli elementi mistici, esoterici di quel periodo. Tipo la seduta spiritica con cui Prodi e altri cercavano di individuare dove fosse stato nascosto Moro, i riti d’iniziazione alla P2, o i rituali di sangue mafiosi con il santino che brucia, quelle robe lì.

Post Nebbia
Post Nebbia, foto per la stampa di Ilaria Ieie (2022)

L’esoterismo può essere una chiave di lettura per comprendere l’album? O più in generale, il rapporto con l’ignoto, con la religione se vogliamo anche… tipo, sempre citando Voce Fuori Campo, c’è un passaggio che mi colpisce particolarmente: «Sono uno schiavo, un soldato, un burattino di legno». C’è un’idea di “predeterminazione divina” (passami il termine), una forza che governa e controlla la tua, la nostra esistenza?

Credo che queste tematiche percorrano un po’ tutto il nostro repertorio; in questa declinazione qua ha a che fare con un processo mio personale nello scrivere il disco, di tentare un minimo di “empatizzare”… partendo da molto molto indietro: diciamo che io non sono nato in un contesto di chiesa, non sono stato battezzato né ho avuto la religione come punto fondamentale della mia vita. Però nel corso di un periodo abbastanza peso che ho trascorso col lockdown, un periodo di introspezione, diciamo che ho cercato un minimo di rendermi conto del fatto che non sono immune dall’avere un’esigenza spirituale, anche se la mia visione del mondo non è cambiata. Questo disco parte proprio da un discorso di autoanalisi, da un tentativo da parte mia di empatizzare con persone che affrontano la spiritualità in un modo diverso dal mio, ecco. Le risposte non esistono, per ora esistono molte domande: ma nel realizzare questo disco mi sono reso conto di aver fatto pace con una serie di cose che mi avevano abbastanza disturbato; ho capito bene perché credo o non credo in ciò in cui credo o non credo, e faccio ciò che faccio nella vita, e lo scopo.

Un altro termine che ho notato: «Pensiero Magico». Siamo sempre sul mistico, sullo psicanalitico forse…

Direi più antropologico, come termine. Sono andato a cercarmi su Wikipedia cosa significasse, e ci ho scritto un testo sopra. Di base, il pensiero magico è ciò che spiega le esperienze umane e naturali senza avere un nesso logico di causa-effetto, perché appunto è magico, non comprensibile o definibile attraverso la logica. Si riferisce alla magia, alla superstizione… cose di questo tipo. Alla fine il pezzo parla di un mio punto di vista sulla cosa, diciamo che negli ultimi anni ho iniziato a “invidiare” chi riesce a spiegare le cose in questo modo, a vivere accontentandosi di cose che sono così e basta, a dare un ordine a ciò che ci circonda mediante questo metodo. Ho smesso di guardare quella cosa con superiorità e disprezzo, ho iniziato a capire che magari non sono d’accordo con quella cosa perché risponde a un’esigenza che è anche mia.

“Invidiare” in che senso?

Non proprio invidiare, però sento che molte cose che mi fanno stare male a livello di “disordine universale”, di cose che non riesco a comprendere, mi farebbero stare meno male se mi accontentassi di spiegarle in un determinato modo piuttosto che in un altro.

…è un po’ fumoso, fammi un esempio pratico.

Cioè, metti, tu credi nell’oroscopo, e parli con una persona che è Gemelli, ok? È molto più facile relazionarti a quella persona in base alle idee che magari puoi avere su quel segno, probabilmente dentro te stesso sai già con chi stai parlando perché credi nell’oroscopo e sai che quella persona, siccome è un Gemelli, è vanitoso, narcisista ecc. ecc. Ma se non credi a quella cosa, magari sei più aperto, hai meno pregiudizi ma anche meno certezze, quindi sei meno sicuro, hai più paura in un certo senso, no? Essere totalmente nudi di fronte al disordine dell’Universo, e riconoscerlo come tale, e non spiegarlo tramite delle spiegazioni magiche appunto, implica uno sforzo, implica un impegno, implica che sei più vulnerabile al casino dell’Universo.

Certo, comprendo: la paura dell’ignoto, se vogliamo… e da qui, Oltre la Soglia. Mi viene in mente la copertina dell’album, ma anche The Twilight Zone… hai presente?

Esteticamente è un riferimento molto azzeccato, anche a livello proprio di estetica del disco. Il pezzo di per sé in realtà parla della morte, ma non voglio neanche forzare troppo la mia interpretazione personale a riguardo. Sì, si può vedere anche quello come interpretazione dell’ignoto.

Hai paura della morte?

In questo momento no, la sento abbastanza lontana…

Beh lo credo, quanti anni hai?

Ventidue. Ventitré tra dieci giorni. Comunque, in quel pezzo credo si evidenzi la parte bella di quella cosa. Il brano si basa su un espediente testuale che è appunto l’idea di portarsi delle cose oltre la soglia, oltre la morte, un po’ come se stessi provando a entrare a un festival con la vodka dentro la bottiglietta dell’acqua. Oppure come se ti stessi portando l’erba in treno. Invece, quello che mi piace pensare a riguardo (a prescindere dal testo, ndSA) e che la morte, sotto un certo punto di vista, possa essere vista come una liberazione dai tuoi limiti, dalla tua finitezza, dalle cose che ti definiscono, e che sono anche cose che impongono una distanza tra te e il resto dell’Universo. Diciamo che la risoluzione di quella cosa è che tu passi attraverso la morte senza portarti via niente, e quella è la cosa bella, che ti permette di abbattere questa distanza ecco. Mi piace pensarla così. Magari quando sarò sul letto di morte la penserò in una maniera completamente diversa.

Il disco stesso è piuttosto esplicito a riguardo, cioè è proprio presentato, anche nel presskit, come un tuo ragionamento sulla tematica. Nasce però da una necessità di sondare nuovi argomenti (quindi una ricerca “stilistica” diciamo) o è fisiologico?

Allora, diciamo che se il disco prima l’avevo fatto per il gusto, e non per un’urgenza espressiva di chissà quale tipo, questo viene da un’urgenza espressiva abbastanza impellente ecco. Ho scritto questi pezzi proprio perché avevo bisogno di dire determinate cose. Credo che l’argomento “spiritualità, religioni, universalità” sia un modo per declinare una cosa che sentivo… questo è un aspetto molto personale, ma sentivo di star ponendo molte energie nella mia vita, e stavo vedendo come meta di arrivo, la mia realizzazione personale, magari anche in un modo un po’ vanitoso, di fare successo con la musica, di “spaccare”, di dimostrare alle persone che sono un figo. Poi mi son reso conto che quella cosa non porta a nessun tipo di soddisfazione reale nella vita, è un giocattolo che dura molto poco e non compensa col piacere puro di fare musica. Da quest’urgenza appunto è nato il disco, che contiene il mio desiderio di riappacificarmi con il resto del mondo, a ricongiungermi a una collettività infinita, non so di quale tipo… spero di aver spiegato. È una cosa pesa da condensare in poche parole.

Ho afferrato e anzi, rilancio: noti, da “insider” diciamo, una tendenza diffusa di questo tipo nell’ambiente della musica italiana di oggi? Una tendenza alla superficialità, diciamo…

Guarda, credo che l’offerta musicale contemporanea, almeno in Italia, la discografia, in un senso più ampio, tenda a favorire progetti che prediligono l’avere uno scopo più medicinale, di intorpidimento dell’ascoltatore, piuttosto che progetti con un’urgenza espressiva e che magari ti diano delle cose a cui pensare. Sono parzialmente d’accordo sulla cosa della superficialità, non so bene per quale motivo ci sia questa cosa qua, dopo tanti anni di reclusione e di difficoltà vera, le persone magari cercano nella musica un agente sedativo piuttosto che un brivido, un agente attivante. La gente cerca conforto in questa roba qua, quando l’arte non è fatta solo per confortare. Diciamo che sicuramente, in un senso ancor più ampio, senza parlare di musica, c’è una forte pressione sugli individui, e dall’altro lato c’è una mancanza di esperienze collettive, quindi si fa fatica a portare avanti un discorso “alternativo” che magari passi oltre il calderone generalista di Sanremo etc etc…

Certo, la controcultura, che in Italia non c’è mai stata, forse…

Beh per un periodo sembrava di sì, forse nei ’70 qualcosa c’era, Frigidaire, quel mondo lì… diciamo che si è fatta fatica in questo momento in cui il mainstream si è fatto quel pelo più figo in più, da quasi far mancare il senso dell’esistenza di un qualcosa di alternativo. Mi spiego meglio: se 15-20 anni fa era ovvio che il disco di Eros Ramazzotti fosse una cosa fatta per un certo tipo di pubblico, magari per quell’altro tipo di pubblico c’era un’altra cosa. Oggi i progetti pop hanno imparato a essere più paraculi, a prendere un po’ più di pubblico sofisticato, e con quella paraculaggine hanno tolto molta aria a voci che possono essere davvero di rottura e alternative in quel senso, e che fanno ora più fatica ad aggregarsi perché non ci sono spazi alternativi. Non c’è più la tv da un lato e il centro sociale dall’altro, è tutto premuto su Instagram, puoi seguire il cantante sanremese e l’attivista politico, ed è tutto nello stesso luogo, per cui è difficile tracciare delle linee.

Post Nebbia
Post Nebbia, foto per la stampa (2022)

Hai citato i canali: non so che dimestichezza hai con la piattaforma, ma credi che Twitch possa colmare quel vuoto e fornire quei servizi e quella spinta alla musica che ora radio e TV non riescono a dare?

Allora, in America vedo che lo usano in un modo molto figo per parlare di musica, per riunire le persone. Il problema è che, a parer mio, tutti questi mezzi digitali, per forza di cose, finiscono per creare dei “pool” di persone che vengono guidate con l’algoritmo, e quindi non andranno mai a incontrare persone che non vogliono quella cosa là. Tutto ciò che è digitale, che vedi sul telefono, faccio fatica a credere che possa avere un risvolto nel modo in cui le persone si comportano con la musica. Le persone si comportano con la musica oggi così perché se tu prendi quattro amici e ti fai Spotify Premium, paghi tipo 3 euro al mese, che è niente, per ascoltare tutta la musica che vuoi. Adesso la musica è gratis praticamente. Una volta dovevi scegliere se comprarti un disco o un paio di scarpe, capisci? Era una scelta molto più identitaria, che comportava un tuo coinvolgimento “serio” nella cosa, non so come dire… oggi è un bene di consumo molto più effimero, in cui per forza di cose le persone riconoscono meno valore. Poi ci sono realtà tipo Bandcamp, secondo me, che un po’ riescono a eludere questo meccanismo, ma non so se possono mettersi in competizione con Spotify. Poi ci sono pur sempre dei vantaggi, nel senso che l’ascolto di una cosa piuttosto che di un’altra non è poi un fatto identitario o che ti identifica appunto in un gruppo o in un altro, ti rende in un certo senso un po’ più libero, io ad esempio ho amici che fanno rap in Italia, con i quali probabilmente vent’anni fa non avrei mai potuto parlare perché probabilmente io suonavo la chitarra e loro rappavano…

No no, non era così elitaria la situazione…

Magari no, ma sotto certi punti di vista adesso sento che c’è più mobilità e fluidità. Allo stesso tempo sento che probabilmente siamo meno arricchiti e meno coinvolti da ciò che ascoltiamo. E quindi niente, questa è la realtà, è così e ce la facciamo andar bene…

No aspetta, come «ce la facciamo andar bene»? Cioè spiegami: tu, musicista ventiduenne-quasi-ventitreenne, con ambizioni legittime, tre dischi all’attivo e una prospettiva di vita basata su questo (che per te è un mestiere a tutti gli effetti), ti fai andar bene le cose, così come ce le siamo dette? Cioè, ti accontenti?

No, non è che mi accontento, bisogna prima accettarle per quello che sono. Quest’estate suoneremo su palchi condivisi con gente che è stata a Sanremo, che non è una cosa molto ovvia per un gruppo come il nostro. È uno spazio che dobbiamo accettare per quello che è, e poi bisogna salire sul palco e pestare il triplo, far vedere alle persone che abbiamo una filosofia diversa, che parte prima da un’urgenza piuttosto che da un prodotto che viene studiato per piacere al pubblico.

E per te/voi, condividere il palco con i suddetti è un valore aggiuntivo, un benefit?

Beh sicuramente nel mondo che ho in testa io, nel mondo ideale diciamo, non è quello il posto in cui vorrei essere. Con questo non voglio dire che lo disprezzi, siamo un paese piccolo, che ha quegli spazi, e io li condivido anche con una certa soddisfazione. Il fatto che arriviamo lì è segno che quello che stiamo facendo funziona. Per il resto ho un pelo di dubbi, nel senso che mi è capitato poche altre volte di suonare di fronte a quel tipo di pubblico, e ho un po’ paura che arrivi poco quello che faccio io, di essere il pesce fuor d’acqua, però dall’altro lato son curioso e basta. Spero di non farmi troppi pregiudizi a riguardo, è un’esperienza che voglio fare per comprendere meglio come ci si relazioni con quel tipo di audience, quindi è una cosa che vivo con interesse.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare