La performance dell’esserci. Come il gigantismo dei live sta trasformando la musica in una macchina della conferma
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Stefano Solventi
- 4 Luglio 2026
La verità è che ci si stanca di tutto. Ci si stanca anche della soddisfazione agra di poter spendere sulla graticola social un bel: “cosa vi avevo detto?”. Perché, insomma, non è da ieri e neanche dall’altro ieri che sul fronte dei concerti le cose vanno in un certo modo.
Nove anni fa su queste pagine raccontavo l’esibizione dei Radiohead alla Visarno Arena di Firenze, o meglio la sensazione che mi lasciò, cioè di un passaggio di stato tra modi diversi (forse anche opposti) di vivere e concepire il concerto rock. Ribadivo il concetto qualche giorno più avanti con un altro articolo che conteneva alcune considerazioni sulla celebre esibizione di Vasco Rossi a Campovolo, col suo bel record mondiale di spettatori paganti (220.000!).
Parlavo di gigantismo dei live, dell’imperio degli eventi, di token e di pit, dell’impetuosa ebbrezza di esserci che cannibalizzava tutto il resto, a partire dalla musica che teoricamente avrebbe dovuto stare al cuore di tutto. Era chiaro insomma anzi chiarissimo che i concerti – organizzati in forma di festival o meno – stavano diventando dei ciclopici villaggi turistici temporanei, non-luoghi dediti alla produzione di intrattenimento nel rispetto di un rigido design geografico e biometrico, nei quali cioè spazi e comportamenti subiscono una codifica che non ammette infrazioni né sconfinamenti.

Casomai una domanda interessante, che all’epoca non (mi) feci, potrebbe essere: è tutto così codificato perché l’evento è sempre più grande, o gli eventi sono sempre più grandi perché è sempre più efficace il processo di codifica? Intanto che ci rifletto, va preso atto che le due cose sembrano strettamente correlate. Ma andiamo oltre. Andiamo a oggi, qui.
Un recente articolo del Rolling Stone italiano dimostra che anche da quelle parti si sono accorti del fenomeno e che tale fenomeno, mannaggia, può costituire un problema. Vi rimando alla lettura del pezzo in questione, dove troverete certe interessanti nonché piuttosto tardive dichiarazioni di addetti ai lavori, animati da un peraltro giustificato senso di allarme. Qui invece mi preme citare il seguente passaggio:
I dati Siae relativi al 2025 dicono che si comprano biglietti in particolare nei mesi estivi (non stupisce) e per i concerti che si svolgono in posti in grado di ospitare 30.000 persone e più, quindi stadi, autodromi, ippodromi, prati, spianate d’ogni tipo. Nel 2025 i concerti in quei luoghi sono stati lo 0,4% di tutti gli spettacoli di musica che hanno avuto luogo nel nostro Paese, eppure lì si è concentrato il 20,3% del pubblico e il 35,6% della spesa.
Eccolo qui, il gigantismo cannibale. Pochi numeri per una fotografia chiarissima. Scattata col favore, sia detto, di un pubblico compiacente, che sembra fare di tutto per cavalcare la spuma di quest’onda assai instagrammabile. Un pubblico che, ad esempio, accorrerà folto a elevare Ultimo fino alla posizione di quasi-primo, dal momento che il concerto a Tor Vergata del 4 luglio straccerà il suddetto record di Vasco in merito al numero di spettatori paganti (250.000!!!). Non si tratterà tuttavia del record mondiale, perché saldamente in mano a Marko Perković Thompson, protagonista nel 2025 di uno show a Zagabria che staccò ben mezzo milione di biglietti. Se non avete mai sentito parlare di Mr. Perković Thompson, non disperate: si tratta di un cantautore croato, nazionalista, di destra, “cattolico di rito romano”, con qualche sospetto (fondato) riguardo a presunte simpatie per il movimento Ustascia. Insomma, a questo gigantismo non si può dire che manchi l’appeal, eh?

Come dicevo, parliamo di un fenomeno in corso ormai da anni anche se ancora attualissimo. Cos’altro dirne? Ecco, forse potremmo limitarci a qualche aggiornamento. Prendere atto che si tratta di un processo che sta plasmando le cose in maniera sempre più sistematica affinché siano conformi alle sue regole. Perché questo è un punto chiarissimo: più sono grandi, più gli eventi impongono parametri da rispettare. Ovvero, sono oggetto di metriche da cui derivano numeri che devono rientrare nei KPI (Key Performance Indicator): se sfori le soglie, sono previste penalità. Che possono impattare sul progetto al punto da stravolgerne gli sviluppi e la stessa impostazione concettuale (sarà questo il caso dell’ex Hellwatt Festival?).
Numeri che del resto spingono i musicisti stessi a essere esattamente ciò che il pubblico si aspetta. Ecco un’altra domanda interessante: quanto spazio resta all’azzardo, all’avventura sonora, se la tua prestazione deve rendere conto a centinaia di migliaia di utenti che hanno pagato a caro prezzo (e con ampio anticipo) per essere presenti fisicamente alla messa in atto di un’aspettativa ben circostanziata? Vi immaginate la pressione di un pubblico enorme sulla forma dello show? Non c’è margine per una reale sorpresa dal punto di vista dell’interpretazione. La sorpresa può manifestarsi solo come una ben preparata sensazione, che comunque farà parte del bilancio finale riguardo la performance. A maggior gloria dei KPI.
Certo, queste ricadute sono, come dire, negative soltanto dal punto di vista artistico. Ci sono anche un sacco di problemi pratici da considerare. Vedi il fenomeno degli anticipi-capestro agli artisti oppure l’innalzamento fisiologico dei cachet, quest’ultimo un meccanismo perverso che taglia fuori progressivamente i locali con budget (sempre più) limitato. Questione più strisciante – ma pur sempre concreta – è come tutto ciò determini nel pubblico l’abitudine all’evento, alla mega-cornice promozionale e logistica quale contenitore necessario affinché il concerto possa caricarsi di senso rispetto all’immaginario condiviso.
Perché, generalmente parlando, il “momento” è sempre meno il “qui e ora” in purezza, al contrario è sempre più un presente differito, ovvero rimandato alla sua convivialità social. E qui, mi scuserete, si torna alla questione artistica che a mio avviso resta centrale e cruciale: il gigantismo svuota il live della funzione creativa residua, consegnandolo a un ruolo di conferma spettacolare delle aspettative. I concerti finiscono così per consumarsi in una condizione di inerzia accattivante (quando va bene), al servizio di un’idea preimpostata di esecuzione. Ne consegue un’idea di musica servizievole. Ben armonizzata del resto al feedback iper-conformistico messo in moto dallo streaming come modalità di riproduzione musicale dominante.
Ma forse il passo decisivo da compiere è anche quello più complesso: capire perché tutto questo funziona. Dico subito: non lo so. Ma se dovessi tentare di capirlo, partirei da una considerazione: quelli che accorrono in massa ai concerti di Vasco, di Ultimo o del para-fascistone croato suddetto, possono essere variamente annoverati nella categoria dei fan. E qui si aprono scenari scivolosi. Quello delle fandom è un territorio in cui preferirei non inoltrarmi, però credo di trovare tutti concordi riguardo la considerevole quantità di energia (passione/ossessione/devozione) che mettono in moto. Ok, devo dirlo: penso che esista un gap profondo tra il fervore devozionale dei fan di una Taylor Swift o dei BTS (solo per citare due esempi clamorosi) e la qualità della loro musica. Ma è un aspetto che non mi stupisce né mi scandalizza. perché penso che in casi del genere la musica funzioni come una sorta di interfaccia emotiva, è il punto di accesso a un ben strutturato sistema estetico e valoriale nel quale riconoscersi come parte di un popolo.

La mia ipotesi (scivolosissima) è questa: il meccanismo dei mega-concerti funziona perché spinge a indossare gli abiti (e l’habitus) del fan rispetto a un evento, ci fa intravedere una possibilità di riconoscimento di sé nell’attualizzarsi di una virtualità (l’incontro con la rockstar, la popstar, la band…) in una cornice comunitaria. Con ciò conferendo senso a un momento, vissuto come un collasso collettivo di spazio e tempo, di memoria che nella condivisione social trova certificazione. Si tratta cioè di un’esperienza concreta e (in ragione di ciò) performativa che consolida l’esserci in un’epoca che vaporizza il sé sull’altare degli automatismi, degli standard, dei KPI, della ritualità algoritmica con cui tutto sembra accadere (perché, in effetti, tutto accade sempre più algoritmicamente).
C’è una contraddizione di fondo, ovviamente: come detto si tratta, musicalmente parlando, di un’esperienza pianificata, codificata, confermativa. Un roboante volemose bene sotto la cappella degli Oasis o del Ligabue di turno, che non aggiunge un grammo di senso inedito alla corrispondenza d’amorosi sensi sonori tra musicisti e ascoltatori. Un evento inerte, appunto, musicalmente parlando: ma ho buoni motivi di credere che la musica non accada mai in una dimensione impermeabile. L’inerzia si propaga. Metastatizza. Spettrifica le emozioni in un cortocircuito di aspettative e conferme a somma zero, col resto di vampe fugaci sui social.
Ecco: inviterei a considerare questa fugacità. Se la dimensione del grande evento certifica un iper-esserci, un “esserci aumentato”, forse è proprio per bilanciare la disperante fugacità di tutto ciò che diventa contenuto di condivisione. Se così fosse, sarebbe una strategia fallimentare, perché la deperibilità del contenuto condiviso è intrinseca all’architettura stessa dei social. Visibilità e durata non stanno insieme nell’ecosistema social, perché quello che spacciano per durata è al più una catena di atomi di (più o meno) visibilità ingegneristicamente dopata. Detta chiaramente: i post FB con la fotina dal Primavera hanno lo stesso peso specifico di quelli col piatto di pasta con le alici fresche e pomodorini, e forse ne hanno meno di quello col gatto che si addormenta sul pancino della padroncina.
Rassegnatevi: da quel punto di vista, tanto vale andare al concerto della band emergente nel club o al festivalino estivo di provincia (dove se dici token ti prendono per un turista austriaco alla terza birra). Che poi magari ti può anche capitare di inciampare in qualcosa di inaspettato. Di spiazzante, anomalo, bello.
