Recensioni

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Quando affermavamo che il boxset Score. The Complete Sextet Works chiudeva un’epoca per il collettivo newyorchese, non stavamo dicendo il falso. Forse esageravamo, dato che la combriccola, accasatasi presso una sempre più interessante Northern Spy, di epoche riusciva a viverne più di una simultaneamente, in barba a qualsiasi regola dell’universo spazio-temporale.

Cameristici, avanguardisti, jazzisti del limite, noisers più per attitudine che per risultati, Hillmer e soci hanno da sempre dimostrato un certo eclettismo e una predilezione per gli steccati da superare. Ora Grain battezza la rinnovata formazione – un trio formato da Sam Hillmer (sax tenore), Patrick Higgins (chitarra) e Greg Fox (percussioni) almeno sulla carta, ma con questi non c’è mai da fidarsi – e inaugura una nuova via, più elettronica e dirompente. Sempre roba destrutturata, costruita su frasi ripetute e reiterate, su droning fluttuanti e visioni “collagistiche” spesso appoggiate a loops o estratte da improvvisazioni in studio filtrate elettronicamente, che sfilacciano il portato dei “vecchi” Zs – o sarebbe meglio dire, di alcuni dei tanti Zs precedenti – e inducono stati di alterazione. Ne è prova il bellissimo video di un excerpt dalle due lunghe omonime tracce (venti minuti l’una) che compongono Grain: sdoppiamento e disorientamento (post)urbano ai suoi massimi livelli. Lo dicevano in chiosa al box che “gli Zs sono esistiti – e continuano ad esistere – in tante e varie forme quante sono le (im)possibili musiche suonabili”. Grain ne è l’ennesima conferma.

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