Recensioni

Mettiamo che per una qualche strana combinazione vi capiti di assaggiare il nuovo album di Zondini partendo dalla traccia numero otto Vecchia Romagna: drum machine, suono sintetico sparagnino, intimismo e trepidazioni da cameretta, l’immaginario ultrapop che guarda alle icone (stavolta un brand celeberrimo nei Seventies) come un rifugio e una promessa, insomma il consueto siparietto malfermo – come un Garbo sbocciato in un praticello a bassa fedeltà Stephin Merritt – come dalla fertile vena di Mark Zonda abbiamo sentito ormai a profusione.
Ma sarebbe un equivoco abbastanza clamoroso, perché questo disco segna invece uno scarto profondo. Col progetto in italiano – numericamente marginale rispetto a quello in inglese Tiny Tide – Zonda sembra aver azzeccato la formula che segna un balzo qualitativo considerevole. Il motivo sta tutto in quel “et Les Monochrome”, ovvero la band che accompagna Mark e che partecipa attivamente al processo di composizione. Ne risulta un sound non solo meglio suonato ma progettato con un’ampiezza d’intenti inedita, strutturato su un codice indie pop sì ben definito e fors’anche ordinario (le chitarre, il basso e la batteria dei tre Monochrome, più voce, chitarra e tastiere del leader) però disposto ad allestire combinazioni dinamiche, votate ad esaltare le sfaccettature espressive con padronanza e generosità inedite (sentitevi la vena ipercromatica Xtc messa nel mirino in Telefono senza feeling o il glam strapazzato noise quasi R.e.m. di Omnia vincit amor).
Pur non venendo meno i retaggi estetici e poetici di stampo C86, siamo di fronte ad un cambio di paradigma nel quale la voce di Mark – tutt’altro che un virtuoso come abbiamo sempre sottolineato, ma convincente col suo gettarsi tutto intero oltre l’ostacolo – rappresenta il più evidente elemento di continuità con la dimensione iper-amatoriale dei lavori precedenti. Abbiamo pur sempre a che fare insomma con una magnifica ossessione composta di mitologia cinematica (c’è Marilyn nella proteiforme Il mondo di Lloyd, la Hepburn nella languida Audrey mentre le latinerie acidule di Karina si riferiscono ad Anna, attrice danese musa e moglie di Jean-Luc Godard) e trepidazione geo/biografica (La ballata del Bidente e La ballata del Savio, dedicate a due fiumi del forlivese con tanto d’estro Blur e verve scanzonata Dandy Warhol), quando non drappeggiata di briose astrazioni letterarie (l’omaggio a Calvino in Ippodromo Palindromo).
Tuttavia nuove possibilità e direzioni sembrano davvero essersi aperte, come dimostra la caliginosa dissolvenza della conclusiva Chanson invisible, uno strumentale dalle implicazioni fiabesco/artificiose che scomoda memorie Mercury Rev nientemeno. Chapeau, Mark.
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