Recensioni

6.8

Franco-irlandese, di base a Berlino, Zoë Mc Pherson è un’artista multimediale, performer, sound designer e dj. Insieme ad Alessandra Leone ha fondato l’etichetta e piattaforma audiovisiva SFX, ed è su quest’ultima che è pubblicato Pitch Blender, suo terzo album dopo String Figures (2018) e States of Fugue (2020).

Quest’ultima fatica, maturata nel corso degli ultimi due anni, prosegue e aggiorna la ricetta che Mc Pherson ha affinato in precedenza: ossia, un’elettronica di ricerca, dove synth modulari, sequencer, field recordings e la voce umana contribuiscono a modellare un paesaggio sonoro dalle texture cangianti e dai timbri affilati a suon di sound design certosino. Alla base di Pitch Blender vi è una ricerca della forma sonora incentrata su esperimenti ritmici e timbrici, in maniera non dissimile da quanto fatto recentemente da aya o, nei momenti più concitati dell’album, Slikback.

Sin dall’iniziale On Fire col suo mix di sound modulare, hoover bass dilatato a drone e schegge di breaks pronti ad eruttare ma la cui esplosione viene rimandata negando all’ascoltatore il piacere del rilascio di tensione (aka l’ingresso in scena di cassa e rullante, che sopraggiungono nella successiva The Spark), le coordinate dell’album sono chiare. Non mancano i riferimenti, soprattutto ai generi di matrice UK – accenni di breakbeat, sincopi -step, bassi cavernosi – ma Zoë Mc Pherson si mantiene sempre un passo al di qua dal rientrare in uno schema di genere specifico. Il lavoro su percussioni e ritmiche, unito alla cura per il sound design, fa sì che Pitch Blender si mantenga in un limbo sospeso fra la musica da ascolto e la musica da ballo.

Troppo fisico per rientrare appieno nella prima categoria, troppo idiosincratico per la seconda. Difatti, anche i pezzi apparentemente più lineari e dancefloor-oriented (The Spark, Potentials, Wait) rivelano elementi di ‘disturbo’. Come si evince dai video delle sue esibizioni live, Zoë Mc Pherson privilegia una dimensione performativa dalle multiple fonti sonore. In questa, gioca un ruolo chiave l’utilizzo della voce (esemplare in tal senso Lamella, presente anche in versione strumentale), quasi a volerne fare il punto di sintesi fra suono elettronico e carne umana. Sintesi d’altronde evocata già dall’artwork di copertina, in cui un abito dal materiale non meglio identificato (plastica? Un nuovo materiale sintetico? Una stampa 3D?) aderisce al corpo di Mc Pherson – senza che il suo volto sia visibile – ad indicare una sorta di fusione erotica-erogena fra l’organico e l’inorganico.

Dopo tre quarti d’ora di escursioni elettroniche (e prima della sopracitata versione strumentale di Lamella), l’album si chiude sulle note di pianoforte e il cinguettio di uccelli di Outside, quasi un memento di un mondo familiare e naturale che rimane pur sempre là fuori, all’esterno di questo ambiente sonoro alieno, ma niente affatto alienante.

Pur risultando a tratti eccessivamente cerebrale, e non sempre scorrevole all’ascolto, Pitch Blender resta un album di elettronica di ricerca dal taglio personale. Un Unidentified Object (come il titolo di una delle tracce) che non si lascia imbrigliare in facili riduzioni di genere e che conferma quanto di buono già mostrato da Zoë Mc Pherson.

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