Recensioni

Nicholas Willscher Zammuto saluta (definitivamente, come abbiamo a suo tempo segnalato) il vecchio compagno d'avventure Paul De Jong e i The Books con questa nuova avventura più affabile e zuzzurellona. Una botta di leggerezza ferme restando l'attitudine versatile, la competenza caleidoscopica e la fregola indagatrice. Qualcosa come un Frankenstein giocoso che disseziona e ricombina strutture e forme soniche, oppure se preferite un fisico nucleare che si diverte facendo esplodere petardi al neutrino. Il progetto Zammuto non è una novità: con tale ragione sociale il newyorkese esordì con Willscher (Apartment B, 2000) e ribadì il concetto con Solutiore Of Stareau (Infraction, 2001), all'insegna di un'elettronica sperimentale che resta parecchio sullo sfondo nella proposta del presente quartetto (assieme a Nick ci sono il fratello Mikey al basso, Sean Dixon alla batteria ed il polistrumentista Gene Back).
Undici tracce che bruciano la miccia da nerd visionari e goliardici, un cazzeggio che manipola le particelle elementari del quotidiano auditivo ricavandone mostriciattoli che non sai dire bene se illuminanti o ridanciani. Si parte con la folktronica schizoide di Yay (i Mùm colti da frenesia ingegneristica) e si finisce nel trasporto inafferrabile di Full Fading (fremiti da simbionti Sigur Ròs). Nel mezzo, di tutto di più: dalla psych cibernetica marezzata di nostalgie spacey (F U C-3PO) all'andamento lento Notwist nell'ipnosi cerebrale Tortoise (Idiom Wind, notare il calmebour dylaniano), dagli spasmi gommosi Herbie Hancock sparati in un crescendo art-rock (Zebra Butt) a certo funkettino brioso svaporato gospel (Groan Man, Don't Cry), e ancora dai Boards Of Canada con variante genetica Daft Punk di Too Late To Apologize ad una Harlequin che ricalca Oh Sweet Nuthin dei VU con ineffabile calligrafia quasi Laurie Anderson.
E' un disco divertente e curioso che pecca nel sembrare più che altro una rappresentazione del "metodo Zammuto", pagando perciò lo scotto ad una certa sterilità da laboratorio. Manca cioè il senso di missione che foderava d'intensità e persino di dramma la proposta dei The Books: se quelli riuscivano a sembrare una specie di arguta e per molti versi necessaria coscienza critica del presente, questo pare un'effervescenza genialoide capace di solleticarti giusto per il tempo che trova. The show must go on, con un po' di rammarico.
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