Recensioni

Pianista svizzero trentunenne dal curriculum già corposo (ha collaborato con artisti del calibro di Rudi Mahall e Gerry Hemingway, oltre ad aver formato un duo con Omri Ziegele), Yves Theiler giunge con We al terzo capitolo delle sue esplorazioni della classica formula del piano trio, accompagnato da Luca Sisera al contrabbasso e da Lukas Mantel alla batteria. Felicemente in bilico tra zone dove l’orecchio dei meno avvezzi agli spigoli astratti potrà trovare riparo e momenti invece dove l’accento cade proprio sulla voglia di scovare angoli ancora non portati alla luce, We raccoglie nove tracce in cui il pianismo del leader ha modo di esprimersi pienamente, tra il rigore della composizione e il furore dell’improvvisazione. Sorretto da un drive sempre incalzante e affilato (si ascolti l’attacco dell’iniziale Slush in Thaw, che ricorda da vicino certe movenze del più noto Vijay Iyer), Theiler è capace di distillare temi retti da minime cellule melodiche che fioriscono poi in sviluppi densi ed avvolgenti, anche se talvolta un poco didascalici.
Non difetta certo la bravura agli interpreti, semmai a volte è l’ispirazione ad essere un poco monocorde, anche perchè la formual del piano trio ha veramente dato tanto (troppo?) nel jazz e può risultare complicato suonare sempre freschi e nuovi. Pulsazioni febbrili e groove che portano via non mancano comunque (No Rank, No Hill), anche se forse avrebbe giovato maggiormente alla riuscita complessiva del lavoro un minore controllo, meno attenzione per la melodia pulita e corretta e una maggior concentrazione sulle possibili deviazioni dalla strada maestra. A volte gli strumentisti tendono a specchiarsi eccessivamente nella loro bravura (la title track potrebbe essere un esempio calzante): scomposizioni, fratture ritmiche, figure oblique eppure sempre nitide, un qualche jarrettismo di troppo, però pare latitare la ciccia, il succo.
Non mancano certo sensibilità, tocco e musicalità ai tre, che infatti sanno regalare momenti di raccolto lirismo quando si placa la frenesia di esporre ad ogni costo la propria maestria e di dire tutto il dicibile: vale sempre il vecchio adagio less is more, anche se a volte i fuochi d’artificio riescono davvero bene, come nel caso di The Visit of Mr. Lev, notturna , imprevedibile e sensuale, tra incubi di Euclide, veglie, appostamenti ed un vaghissimo sapore klezmer. Un disco che mostra un musicista non ancora pienamente dotato di una voce personale ma sicuramente capace di buoni spunti; restiamo in attesa dei prossimi passi, confidando in un invecchiamento prolifico, visto che la botte pare contenere vino buono. Con Intakt Records solitamente le speranze sono ben riposte. Una curiosità in coda: la scrittura di Theiler, il modo di porgere le melodie e di lavorare sugli incastri ritmici, ha ricordato a chi scrive un buonissimo pianista di casa nostra, Simone Graziano, che incindentalmente è anche il presidente dell’Associazione Italiana Musicisti di Jazz. Il consiglio è di recuperare il suo Snailspace, pubblicato da Auand nel 2017.
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