Recensioni

Con Days Before The Day la barra degli anconetani Yuppie Flu piega decisamente verso orizzonti psych-pop. È senza dubbio il disco più ambizioso della loro carriera, una autentica svolta, un balzo. Trattasi perlopiù di trame elettroacustiche rielaborate in chiave sintetica, sotto una pioggerella acida ora graffiante e ora mossa da trepidi mantici di violino e violoncello. Roba da bersi d’un fiato salvo poi accorgersi quanto lunga apnea sia trascorsa nell’ipnosi di archi e tastiere, di corde nudarelle e distorsioni febbrili, di pelli percosse in un profluvio di piatti e pulsazioni elettroniche semiclandestine: questo, a mio avviso, il suo più evidente merito. Persino la voce di Matteo Agostinelli – con la quale, mi perdonerà, non riesco proprio a conciliarmi – dopo qualche ascolto sembra sprofondare nell’impasto, acquistare splendida ragion d’essere, diventare sussulto genuino.
In tutto ciò fanno buon gioco le melodie piane, vedi l’opalescente battito pop di I Feel Lucky tra fantasmagorici ricami di tastiere, la psych tremula tra nostalgie jingle-jangle della vaporosa All That Shines, oppure l’effluvio soul di Female Scientists elettrificato & trasfigurato tra sensuali frivolezze d’archi e pantomime chitarristiche. Ecco i riferimenti, puntuali come pioggia marzolina: l’accumulo strisciante di miraggi & sussulti in stile Mercury Rev nelle trepide Spring To Downcomers e Silverdeer, equilibrismi di rock perturbato digitale à la Notwist con un orecchio all’impeto power-pop di certi Smashing Pumpkins in Food For The Ants, la narcosi madreperlacea degli Sparklehorse e il fiabesco in technicolor degli ultimi Flaming Lips nella splendida Dreamed Frontier. In fondo non sono che gli ennesimi surrogati di qualcos’altro, però i pezzi possiedono sufficiente calore e ispirazione da convincerti che, sì, può valerne la pena: dalla suadente ipotesi iniziale di Drained By Diamonds (sussulti tangheschi e germogli soul lasciati crescere ad una lenta esposizione di isotopi dEUS periodo The Ideal Crash) a quella Eyes Of Dazzling Bright che chiama a raccolta la lezione Notwist innestandola prima di afflato folk madreperla e poi di appaganti nervature a precipizio, per arrivare alla ninna nanna conclusiva di Now And On – il piano perturbato da basse frequenze e angelici fasci di synth – che se fosse un’inquadratura sarebbe un lentissimo zoom verso il cielo.
Tutto ciò è buono, tutto ciò è segno di quel salto in alto che gli Yuppie Flu hanno sentito (si sono sentiti in grado) di dover compiere, via dall’ispida intemperanza – ormai esausta – dell’originario lo-fi. Se di quello però erano interpreti esteticamente, storicamente e – quel che più conta – geograficamente plausibili, oggi, consegnati all’abbraccio del pop (psichedelico quanto volete), sembra mancare loro quella calligrafia peculiare (in termini di strutture, melodie, voce, suoni) che ne giustifichi la necessità, la voglia in chi ascolta di non-poter-fare-a-meno-di. C’è insomma la capacità di saper miscelare umori e temperature, ingredienti ed energia, passione e leggerezza. Ma sembra più la certificazione di una passione autentica che non di un autentico talento.
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