Recensioni

Quest’anno sono diciannove. E se sono diciannove, vuol dire solo una cosa: ci vuole pazienza, dedizione e molto amore per organizzare eventi così duraturi, per creare un festival con la effe maiuscola. Un festival dà, un festival prende, un festival lascia, feconda, cambia, ci cambia. Ypsigrock ha inseminato il piccolo paradiso di Castelbuono, nel Parco delle Madonie, con un’azione lenta, da vera Penelope di questi tempi, tessendo la tela della buona musica, dell’offerta di rilievo, del concetto stesso di festival che, a queste latitudini, non è parola usata nei giusti contesti. “Ypsi” non solo ha dato un motivo alla gente del Meridione (e non solo) di prenotare le vacanze in un paesino fino a qualche anno fa sconosciuto, nel cuore della Sicilia settentrionale, ma ha fatto sì che il paesino stesso diventasse esperimento di fertilizzazione culturale, a dimostrazione ed eterna speranza che la cultura è esportabile, se la si coltiva naturalmente, senza additivi, in territori predisposti. Se oggi entri in un bar di Castelbuono, in qualsiasi periodo dell’anno, non hai più in diffusione il Best Of di Eros, come in media potrebbe accadere in qualsiasi altro bar italiano, ma ti può capitare l’ultimo album di Caribou. Ed è allora che ti accorgi che il festival è molto più che una tre giorni di musica. Il festival è uno stato mentale, che ci dà, ci prende e ci lascia. Non è poco.
Si può e si deve cercare sempre di migliorarsi. Ai diciannove anni, solitamente, si decide se e dove andare all’Università e, in questo caso, la crisi (dal greco, “scelta”) sta tutta nel creare un festival eterno, mobile, variegato, sfaccettato, internazionale. In pratica, non accontentarsi di essere citati una volta all’anno da Pitchfork e dalla stampa internazionale. Su questa strada non si può sbagliare, con la speranza che la coerenza artistica resti legata alla qualità dei live, più che all’hype dei nomi in programma.
L’edizione 2015 è stata, per certi versi, l’edizione più giovane di questo festival. Non a caso, la tag-line impressa sui braccialetti “abbonamento”, sui comunicati social e un po’ ovunque è I guess I’m still a teenager. La line-up, infatti, è ideale per chi è uscito dall’adolescenza in un periodo abbastanza lontano per poterla guardare con altezzosa e malcelata nostalgia. Non solo perché alcuni dei gruppi in cartellone erano nelle cuffie dei nostri lettori musicali già all’epoca, ma anche e soprattutto per l’impatto sentimentale ed emotivo che ha caratterizzato quasi tutti gli act.
Ah, a proposito, il miglior pregio di questo cartellone, è stato quello di non essere in grado di evidenziare un headliner assoluto (vedi Primal Scream, Mogwai, Editors, Belle And Sebastian negli anni passati), perché i nomi in ballo avevano su per giù tutti lo stesso rilievo. Mai scelta fu più azzeccata. La formula è sempre quella dello scorso anno. Due palchi, un luogo dedicato al clubbing e alcuni eventi collaterali in un paese pronto ad accogliere, come ogni anno, questi alieni dai jeans attillati e i Ray Ban appoggiati sul naso. Qui conta poco l’outfit, tanto alla fine ci si ritrova tutti a mangiare la brioche con l’oro verde di Fiasconaro o a bere la bicicletta (l’elisir di granita di limoni siciliani, vodka e prosecco) al Don Jon. Un rituale dal quale, una volta entrati, si fa fatica a uscire.
L’Ypsi & Love Stage, il delizioso chiostro nella collina adiacente al Castello, è pronto già il venerdì ad aprire i live di questa edizione. Il palco delle “seconde linee” del festival è stato, in realtà, sfruttato meno bene rispetto all’edizione passata. Se si esclude l’r’n’b neo-melodico di Bipolar Sunshine il sabato (ridotto a karaoke, a causa di problemi logistici della band) e la conferma dei Be Forest il venerdì, il palco ha funzionato più come splendido luogo di ritrovo per l’aperitivo, che come palco a tutti gli effetti. Nessun problema, anche questo fa festival e anzi, abbiamo avuto modo di scoprire un piacevole Kush e degli interessanti Younger And Better nei pomeriggi caldissimi del chiostro.
D’altra parte, quest’anno, c’è un altro luogo sul quale gli organizzatori hanno investito. Il palco del campeggio, quello dedicato agli eventi post-concerti in piazza, non è stato solo un luogo dove smaltire la sbornia e ballare fino a mattina, ma un terzo palco a tutti gli effetti, con i suoi performer e il suo nome proprio: Cuzzocrea Stage, per Stefano che si è goduto il festival da lassù pensando a quanto fosse buffo il palco coi baffi. DYD, Clap Clap gli immancabili PartyZan hanno regalato follie elettroniche, fra jungle e afro, in una continuità infinita fra il giorno e la notte.
L’ingresso al Castello ha qualcosa di emotivo. C’è il lungo corso in salita e, poi, sullo sfondo, l’arco con la scritta Ypsigrock che, una volta varcato, ti porta nella cornice dei live. Il venerdì, dopo la cena al Cycas e i drink lungo il corso che si riempie di generazioni differenti di indie-rocker e autoctoni, i Temples hanno suonato un’ora esatta di singoli. Il loro psych-pop dal vivo, come avevamo già avuto modo di notare, è più compatto che su disco. I suoni smettono di essere a uso e consumo degli ascoltatori di The Piper At The Gates Of Dawn e Who’s Next e si tingono di session jam, glitter e frange lunghe. Forse qualche gradino più in basso rispetto ai Tame Impala, che avremmo adorato in questa edizione, ma da Sun Structures a Mesmerize, il quartetto delle Midlands inglesi ha saputo tener banco.
Dopo di loro, mentre la scalinata del castello si affollava di famiglie e ragazzi, di coppie abbracciate e persone in modalità selfie sotto il Castello, The Sonics. La band di Tacoma, dalle fortune alterne nella storia del rock & roll, ha dato un colorito allegro a una serata che, se proprio dobbiamo essere onesti, ne avrebbe fatto forse anche a meno. Il nome è grosso, intendiamoci, ed è un acquisto interessante per il cartellone e per il prestigio del festival, ma forse parte degli ypsini avrebbe preferito qualcos’altro. La cosa che ha reso i Sonics quello che sono, probabilmente, è stato il sound graffiato, lo-fi, garage dei loro dischi degli anni ’60. Quel suono poi ha creato una sfilza di imitatori dai tardi Settanta in poi, e la band ha avuto vita facile ad essere considerata seminale. Dal vivo, però, questo effetto non voluto di produzione si perde, e non resta altro che un gruppo di simpatici e amorevoli settantenni che fa il rock n’ roll da ballo. E la piazza, in effetti, ha ballato. Che poi è quello che conta.
Il fiore all’occhiello della serata (e forse del festival), però, è stato il live dei Battles. Con il tasso alcolico della piazza in graduale aumento e le percussioni che fanno eco ai battiti dei cuori dell’audience, il trio math-rock di Brooklyn ha fatto muovere dal primo all’ultimo degli spettatori. Monolitici, massicci, massivi, i Battles di Atlas hanno jammato su brani dal minutaggio già altissimo, convogliando fusion, jazz e lezioni matematiche. Alla faccia dell’alleggerimento art-pop post uscita di Tyondai: il loro live è un’esperienza collettiva, d’altissimo rilievo. Chapeau.
Dopo un venerdì di caldo tropicale, la cena all’Antico Baglio – nei pressi di Piazza Margherita – e la sua terrazza mozzafiato sulle colline dolci e secche delle Madonie, permette di godere di uno spettacolo emozionante: la formazione del più classico dei temporali estivi. Mezz’ora di pioggia battente, vento, fulmini e tuoni da ammirare. Il tutto senza danneggiare (almeno non irreparabilmente) l’andamento del festival.
All’apertura dei cancelli di Piazza Castello, l’aria è frizzante, fresca, piena di ottimismo, perché la serata lo permette e i K-Way della gioventù sono ben più gradevoli dei bermuda e dei cappelli di paglia. The KVB, pronti a rimpiazzare la mai abbastanza compianta Kate Tempest e Micah P. Hinson (annullati poche settimane prima a causa di problemi personali), hanno effettivamente deluso le aspettative. Il loro sound, che su disco fa pensare a un live esplosivo di fusione fra new/dark-wave, post-rock e shoegaze, riserva impatti sonori ben minori. Per non parlare della loro presenza scenica, quasi timida e riservata… peccato perché messi in un contesto meno affollato, magari in un club, avrebbero dato tutto.
Il violento temporale del tardo pomeriggio non solo ha rischiato di causare danni alla strumentazione degli artisti, ma ha anche fatto ridurre la durata dei set. Di tutti, tranne quelli dei cosiddetti headliner. Per questo chi puntava molto su East India Youth si è sentito un po’ tradito dai soli 25 minuti – 25 fra i più potenti minuti dell’intero festival – della sua performance. A guardarlo da un altro punto di vista, il suo live così compatto è stato perfetto in ogni sua parte, forse proprio grazie a questa durata cristallizzata. Il live è un tripudio di contaminazione: c’è Brian Eno, David Bowie, c’è Jon Hopkins, si balla sui bassi profondissimi, si piange sulle note di Turn Away, il miglior brano – ad oggi – del 2015. Will Doyle è un metamorfico cantore: sotto il palco, un semplice impiegato; in scena, uno scatenato rocker. E non c’è niente di più bello.
A proposito di eleganza, la serata termina – a nostro parere – con il nome più magniloquente della tre giorni: quei Metronomy che in questo stesso anno fanno da headliner in altri festival di spicco come il Number 6. Quindi, a conti fatti, sono il nome più grosso. Precisissimi, ordinati, i Metronomy fanno sfoggio brillantinato del loro electro (poco, in realtà)-pop (molto) e delle melodie sempre più orientate verso i Seventies. Love Letters, da cui sono presi molti dei brani in setlist, è l’esempio più evidente. Ineccepibili dal punto di vista tecnico, gradevolissimi dal punto di vista estetico, i quattro hanno dato il meglio con quel capolavoro di The English Riviera, che dal vivo e con un tocco di vintage in più, rende magnificamente. La piazza, come direbbe qualcuno, ha cantato come se si trattasse di Vasco Rossi.
Un particolare interessante è che la line up di quest’anno è stata molto meglio distribuita nella tre giorni, piuttosto che affollata di nomi grossi nell’ultima serata. La domenica è stata comunque la giornata che ha registrato la più alta affluenza, sia fra le spiagge della vicina Cefalù (anche se gli “ypsini” preferiscono fermarsi sulle spiagge dell’ancora più vicina e meno affollata Sant’Ambrogio), sia fra i vicoli stretti di una Castelbuono con le tende da sole che calavano dai balconcini di pietra.
Per alcuni degli artisti in cartellone quello di Ypsig è stato il primo live in Italia. È il caso delle giovanissime e nuovissime (ancora si attende l’album di debutto) Hinds, che hanno aperto la giornata all’Ypsi & Love Stage. Nonostante le remote speranze, il loro retro indie-pop anni ‘50/’80 riciclato sulla scia delle girl-indie-band di inizio 2000 (The Organ, Dum Dum Girls e via dicendo) non ha convinto. Le ragazze di Madrid sono allegre e con molta voglia di dimostrare, ma il loro sound è fiacco, la loro tecnica scarsa e i loro pezzi quasi inesistenti. Lasciano comunque l’allegria giusta per continuare la serata e magari mangiare delle panelle in uno dei magnifici ristoranti del corso principale.
Il premio social del festival, in ogni caso, viene assegnato alla performance dei Fat White Family , che hanno aperto il Main Stage intorno alle 21:20. La regola, alle loro performance, è di incenerirci le orecchie con il loro post rock drogatissimo, squallido, malato, rauco, corrotto, e assistere alle mirabolanti avventure del frontman che, come specialità, ha nudi integrali, hidden fingers e, a volte, teste di maiali sgozzati. Perché a Ypsig sarebbe dovuto essere diverso? Piazza Castello, che velocemente si riempiva, ha assistito a un punk show di malata genuinità, accompagnato da una performance concertistica tutto sommato potente, con i numeri (parliamo di musica) al loro posto, chitarre potentissime e la giusta ossessività post-punk. Il nudo e carichissimo Lias Saoudi (che questa volta non si è spalmato burro sul torso e non ha lanciato sul pubblico animali morti… quindi consideriamoci fortunati) viene fermato da un volenteroso della security che, stando a quanto ci ha confermato, di sua spontanea volontà ha deciso che le famiglie non avrebbero dovuto assistere a quell’infame spettacolo. Per fortuna, il resto della band e qualche altro tecnico di palco hanno evitato la vittoria incontrastata del moralismo, sebbene parte del pubblico sembrasse d’accordo con il forzuto bodyguard. Ciononostante, alla fine di uno show che lo ha visto barcollare (ma continuare a suonare onestamente) sul palco e insultare chi avrebbe voluto farlo scendere, Lias ha dovuto passare qualche ora in Commissariato per Atti Osceni. Il prezzo del rock n’ roll… I Fat Whites, in ogni modo, sono una band brillante, ma, allo stesso tempo, un gruppo di amorevoli guasconi. Per questo, la loro vittoria è più social che musicale.
Al cambio palco, con un paio di giradischi montati sulla destra, qualche giochino elettronico fenomenale sulla sinistra, tutto è pronto per gli inventori della tronica. I Notwist si sono presentati alla piazza con il loro accento tutto tedesco, ed è stato subito chiaro che il loro live sarebbe stato un gradino superiore a tutti quelli ascoltati fino a quel momento. Ci è parso che i Nostri abbiano suonato la loro electronica Morr con l’appiglio delle origini, quando frequentavano post-hard-core. I fratelli Archer, autori di uno dei migliori dischi degli ultimi dieci anni, hanno comunque pescato da album come Shrink, The Devil, You + Me e l’ultimo Close To The Glass. Brani dilatati, cassa dritta, momenti commoventi, la loro scaletta non ha fatto mancare nulla ai fan. L’audience, in religioso incanto, ha ballato su This Room, battuto le mani su Neon Golden, pianto su Consequence, ed è rimasto completamente estasiato e stordito durante il medley Different Cars and Tranis/Pilot, in assoluto il momento migliore di Ypsi 2015.
Sarebbe potuto bastare questo (e in effetti è stato l’apice), ma, dopo i bavaresi, è stata la volta dei Future Islands che, rodati gli ingranaggi dei loro live, hanno dimostrato di saper reggere il peso dell’headlining. Il loro show è quasi esclusivamente Samuel T. Herring – oriented. I suoi balletti, la sua gestualità, il suo crooner romantico, il suo “cuore” sono il fulcro dello spettacolo, sebbene attorno a lui la band sviluppi melodie di synth in pieno stile new wave. I brani, in fondo, ci sono, nonostante la mimica del frontman (e lo diciamo consapevoli di dire un’eresia per gli indie-rocker) a volte risulti un po’ scollegata. A Dream Of You And Me, Lone Flight, Walking Through That Door e l’immancabile Seasons (Waiting For You) sono brani corali che si lasciano cantare e ascoltare divinamente, ed è comprensibile che la piazza sia entusiasta. Buffo, ma molto polite, Herring non si è risparmiato nel ricordare infinite volte il nome e la provenienza geografica della band, con un’umiltà tutto sommato gradita. I Future Islands sanno essere divertenti con un genere che solitamente non lo è, e, malgrado l’importante ruolo di chiusura del festival, non si può chiedere loro di più.
Con loro si completa la diciannovesima edizione del festival. Un’edizione strana, molto emotiva, riflessiva e che, per certi versi, ricorda la quindicesima (il 2011 di Junior Boys, Twin Shadow, Pere Ubu, Mogwai, ecc.). In line up non è stato tutto memorabile, ma in qualche modo ha funzionato per il meglio e, alla fine, il buono (che cola a fiotti dalla rassegna) sommerge il meno buono, il tutto vale più della somma delle parti, il futuro, insomma, è già nostalgia.
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