Recensioni

6.9

Il sovraccarico cognitivo è una brutta bestia, e mai come in questi giorni si rivela uno degli ostacoli più grandi se si vuole seguire con metodo ciò che accade nel panorama musicale. La reazione più immediata a questo fenomeno è forse quella di cogliere con un certo scetticismo tutto ciò che, ad un primo impatto, non è in grado di catturare la giusta attenzione.

Rischia di rientrare all’interno di questo ragionamento anche l’operato di Taryn Miller in arte Your Friend, artista di Lawrence (Kansas) che debutta in questi giorni su formato lungo con l’album Gumption. Jekyll​/​Hyde, l’EP/mini-album con il quale si è presentata nel 2013, non è passato inosservato da queste parti (gli dedicammo una scheda album), ma ha faticato a trovare visibilità sui siti di maggior autorevolezza oltreoceano, ed è un peccato perché dietro a quegli occhiali dalla montatura improbabile scoviamo già lampi di genio. L’operato di Your Friend non ha nulla di sgargiante o da apprezzamento immediato: come già si poteva intuire dall’EP, l’americana ha scelto una strada complessa che scorre lungo una linea di demarcazione tra un trying to be cool continuo e soluzioni abbastanza ostiche. Per usare alcuni termini di paragone, è come se, partendo dalle lezioni vocali di Beach House e – soprattutto – Lower Dens, la Miller abbia voluto spogliarsi di qualsivoglia velleità pop, inseguendo le pulsioni art di Julia Holter o di Grouper.

Taryn, descrivendo Gumption, parla di “meditative landscape” e di “textures“, ed effettivamente si ha l’impressione di ascoltare un disco sì organico e multiforme, ma fondamentalmente ambientale e riflessivo. Certo, i brani più ritmati (Come Back From It, ad esempio) sono utili appigli per riconquistare la mente fluttuante, ma è nei passaggi più eterei e sperimentali che probabilmente esce la vera anima del disco. Nel dettaglio, l’ambiziosa Desired Things ammalia tra droni, micro e reverse-loops ed un lento incedere quasi apocalittico, I Turned In sfoggia una bassline che rende in qualche modo ciclica l’esperienza, in Heathering i fraseggi di chitarra e batteria vellutata creano un paesaggio sospeso e avvolgente, mentre nella conclusiva Who I Will Be In The Morning i tempi si dilatano ulteriormente verso una catarsi ambient.

Nella parte centrale emergono un po’ troppi manierismi e alcune dannose pretenziosità, ma il fascino non manca mai. È evidente una cura minuziosa a livello di produzione (dietro c’è Nicolas Vernhes, già al lavoro con War On Drugs, Deerhunter e Dirty Projectors) e di studio del suono e dei dettagli: ad esempio, un ruolo apparentemente secondario come quello della batteria – minimale ma necessaria – risulta invece fondamentale. In questo senso, sarà interessante capire come un’impalcatura di questo tipo verrà traghettata sul fronte live.

La voglia di creare qualcosa di importante e il giusto spirito da perfezionista non le mancano, ma per diventare veramente grande Your Friend ha ancora bisogno di bilanciare meglio gli elementi in gioco, in modo da dare alla luce un disco che risulti apprezzabile da più angolazioni.

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