Recensioni
Yoko Ono Plastic Ono Band
Between My Head And The Sky
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Giancarlo Turra
- 31 Agosto 2009

Una che ha sempre sconcertato, Yoko, e mai gratuitamente. Da prima che le “masse” la conoscessero come compagna di vita di John Lennon, già aveva lasciato una traccia profonda nel movimento artistico Fluxus, tra le tante altre cose contribuendo a plasmare la scena dei “loft” newyorchesi da cui germoglieranno, anni dopo, new e no wave. Le quali faranno tesoro degli insegnamenti abrasivi e avanguardisti dei suoi dischi, primo fra tutti quel Plastic Ono Band in cui si anticipa la tecnica vocale di Diamanda Galás e certe squadrature tipiche del rock “matematico”.
Come pretendere, dunque, che chi ha fatto del guardare avanti un ideale possa ancora sorprendere alla tenera età di settantasei anni? Eppure, dopo aver fatto trionfale ritorno sulle scene nei secondi ‘90, nulla è cambiato dal punto di vista dell’attitudine: si deve soltanto contestualizzare in modo corretto il concetto di novità, tanto nel passato della Nostra quanto in campo artistico. Dove, e gli esempi abbondano, se non è un’autentica fantasticheria è fumo gettato negli occhi per nascondere l’incapacità di scrivere canzoni o trasmettere qualche emozione. Accade di conseguenza che Between My Head And The Sky dica la sua su argomenti noti con eloquio autorevole e ragionamenti solidi; approcciando materiali sonori multiformi – dal crossover alla canzone d’autore – attraverso le lenti di chi ne fu protagonista e li vide nascere e svilupparsi.
Assistita in ciò dall’ennesima incarnazione della Plastic Ono Band (spiccano Cornelius, il figlio Sean Lennon e, ovviamente, Yuka Honda) e ospiti di lusso della scena “impro” della Big Apple (Erik Friedlander, Shahzad Ismaily, Michael Leonhart…). Gli isterismi vocali della Signora, quel suo piegare l’ugola a una sofferta espressività e all’urgenza comunicativa sono elemento fondante di strutture e arrangiamenti: che ci si trovi di fronte alla Sun Is Down che spedisce al tappeto i CSS e a una Ask the Elephant tra Can e jazz metropolitano, a quella Calling che pare un riassunto del krautrock e alle malinconie appese a un filo Memory Of Footsteps e Feel The Sand, all’abrasiva Waiting For The D Train e allo squadrato funk della title track, la sostanza non cambia.
Ogni episodio è il risultato di Genio e disinvolta maestria e guai a ignorarlo. Un’Artista alle prese con un brillantissimo sunto di carriera che, nonostante l’età, punta il domani. Da applaudire e prendere a esempio per come sente il tempo che scorre rimanendo sempre se stessa.
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