Recensioni
Yo La Tengo
I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass
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Antonio Pancamo Puglia
- 27 Settembre 2006

Sull’attuale stato di salute della band di Hoboken c’erano pochi dubbi: le recenti apparizioni dal vivo avevano mostrato un gruppo in forma smagliante, ispirato e coinvolgente, a proprio agio sia nel ripercorrere la propria storia (Frequenze Disturbate 2005) sia nel presentare una buona fetta di inediti al pubblico (Primavera Sound 2006). Se poi a tanta sicurezza si accompagna una buona dose di – ironica – arroganza spaccona, allora non ci si deve stupire del titolo che Ira Kaplan e compagni hanno scelto per l’undicesimo album in studio: “non ho paura di te e ti romperò il culo”. Non servono ulteriori commenti, ed è anzi evidente che i Yo La Tengo continuano a puntare in alto, se è vero che I Am Not Afraid Of You… è in tutta probabilità l’album più vario e ambizioso che la band realizza dai tempi di I Can Hear The Hearts Beating As One (1997).
Parzialmente accantonate le atmosfere trance e jazzy che avevano segnato i lavori dal 2000 in poi, nelle quindici tracce del disco (per quasi un’ora e mezza di durata) ritroviamo una rinnovata attitudine rock and roll, ovvero tanta, tanta voglia di divertirsi, non solo con i soliti mezzi, ma anche – soprattutto – giocando con gli arrangiamenti più disparati. Beanbag Chair, Mr Tough, Sometimes I Don’t Get You e The Weakest Part sono una serie di esercizi di scrittura che lambiscono, tra il serio e il faceto, territori inesplorati dai Nostri come il vaudeville, il lounge-pop, la brass music dei ’50, il funk-soul, con una capacità di mimesi al tempo stesso impressionante e spassosa (se non avevate ancora sentito voci in falsetto in un disco dei Yo La Tengo, ecco, adesso le avete). Una sorta di frullatore-macchina del tempo che trova i momenti più divertenti in I Should’ve Known Better e Watch Out For Me, Ronnie (Jerry Lee Lewis sotto acido), scatenati rock’n’roll garage con tanto di hammond chiassoso; in questa girandola non mancano comunque le zampate di classe, vedi la splendida ballata à la John Cale – con viola annessa – di I Feel Like Going Home o il lounge soul Song For Mahila, o le velleità più sperimentali e trancey (The Race Is On Again, The Room Got Heavy, Daphnia).
Ma in fondo per rendersi conto che ci troviamo di fronte a un grande disco dei Yo La Tengo basterebbero i brani di apertura e chiusura, due cavalcate che sfiorano i 10 minuti e, in un misto di autoreferenzialità e vigore incendiario, riportano ai gloriosi ’90 del trio, senza un filo di nostalgia: Pass The Hatchet, I Think I’m Goodkind (riff di basso killer, andamento kraut-wave, sonicità assortite dalla chitarra in fiamme di Ira) e The Story Of Yo La Tengo (la figlia diretta di I Heard You Looking – da Painful, 1993 -, con una tensione inedita). Dopo You In Reverse dei Built To Spill, un altro strike per l’indie rock targato 2006, e ulteriore schiaffo in faccia di una band “storica” che non vuole saperne di appendere le chitarre al chiodo. Per nostra fortuna, ovviamente.
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