Recensioni

Magazine è la prima pubblicazione siglata YHWH Nailgun per 4AD ed è presentata a tutti gli effetti come un album. Vorrei darne di conto in 11 righe, ma per dovizia di particolari mi dilungherò.
Consta di dieci brani per 11 minuti di durata, pubblicati in data 11 giugno, ed è dunque più leggero persino del debutto “in lungo” 45 Pounds del 2025, che durava in confronto più del doppio e che ci aveva dapprima incuriosito e poi convinto con la sua urgenza espressiva math-hardcore tanto irregolare-sperimentale quanto urticante.
Zack Borzone, Sam Pickard, Saguiv Rosenstock e Jack Tobias proseguono a viaggiare come unica entità più che come insieme di singoli elementi, riponendo stavolta maggior enfasi sulle chitarre anziché sulla sezione ritmica, resa più scheletrica, mentre la voce guadagna in chiarezza pur preservando furia abrasiva. Ogni ingrediente suona ancora comunque arduo da riconoscere per quel che realmente è.
Principalmente, i quattro estremizzano il tutto asciugando appunto gli episodi in mini-brani che oscillano tra il minuto e mezzo e il mezzo minuto cadauno. Non si sa se questa scelta sia per amore della libertà, spirito di provocazione o dimostrazione artistica situazionista, finendo poi in fondo per non adattarsi così male alle leggi non scritte degli streaming in loop o della brevità suggerita dai contenuti postabili via social.
Loro parlano di aver scelto semplicemente una nuova forma, ma una forma è qualcosa che si presenta in qualche modo ben definito, mentre qui non vi è definizione alcuna. Prendete la title track che, in pratica, si tronca d’improvviso, quasi a sbeffeggiare chi all’ascolto (ma persino i colleghi che si sbattono in studio).
A proposito, il titolo Magazine non sta per rivista, nonostante il quartetto sia ormai abbastanza hyped da ambire al risalto delle copertine, bensì per il caricatore della pistola. Qui si sparano cartuccine a salve che detonano, sì, rumorosamente, senza aver la possibilità di lasciare il segno. Autosabotaggio?
Peccato, perché ci sono delle idee, come nell’iniziale, scintillante centrifuga di Ghost of Love, nel blues di Innocent Sigh, in quella suadente Ballerina che avrebbe potuto essere tanta roba se sviluppata appieno, nelle melodie inattese di Sewer Tree o nella conclusione tarantolata di To the Devil, esempio del ricorso testuale a un’iconografia religiosa fatta di serpenti e satanassi.
L’album è stato presentato in anteprima al C2C Festival di NYC, propria città operativa. Se eseguito dal vivo nel contesto di un festival, c’è insomma il rischio di perdersi l’intero set nel caso di code ai bagni o agli stand (ma forse anche nel semplice caso doveste starnutire). Mala tempora currunt.
A parte ciò, quest’anno è uscito un altro pezzo intitolato Magazine, quello dei Mandy, Indiana. Per gli amanti del moderno noise antisistema, meglio tornare lì.
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