Recensioni

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A sentire i primi due brani che aprono The Quest, il secondo baciato da una melodia semplicissima, ciò che gli Yes non fanno quasi mai, semplificare intendo, ma destinata a restare nella storia della band – ricordate I get up I get down?, siamo circa a quelle latitudini –, a sentire la coppia di canzoni iniziale del primo disco degli Yes in sette anni, insomma, ci si domanda come mai il cinema non abbia fatto ricorso in modo massivo alle band del Prog rock per musicare i suoi film. In fin dei conti lo storico genere si fregia di correnti, una più nota delle quali è detta non a caso Pop o Rock sinfonico, e basta sentire The Ice Bridge e Dare To Know suffragate dall’orchestraquest’ultima se tagliata a dovere perfetta per il tema di un James Bond a venire – per rendersi conto dell’opportunità persa di cineasti.

Ma gli Yes se la cavano bene anche in assenza di nuove opportunità. In fin dei conti sono signori con una età ragguardevole e le novità non sono il pezzo forte della casa: per sostituire Jon Anderson, tanto per dire, hanno messo a stipendio Benoit David che si avvicinava pericolosamente alla voce dello Yes originale, e al momento di occupare il posto lasciato vacante dal canadese più clone che ciclone ecco Jon Davison, l’attuale voce ancora più copia-carbone del transfuga Anderson. Forse auspicabile, probabilmente utile, ma non indispensabile (una voce identica).

Billy Sherwood, altra vecchia conoscenza, a sostituire il povero Chris Squire. Gente rodata ma soprattutto fidata. Nessun nuovo intruso. (Vero, Genesis?). Di Steve Howe e Alan White non c’è bisogno di dire, e alle tastiere Geoff Downes è una novità… a partire dal 1980.

Non importa. L’arma degli Yes è la magmatica forza di coesione sonora che non viene meno neppure in The Quest, album che ha iniziato a prendere forma per mano di Steve Howe che ha fornito il suo totale contributo di scrittura prima che tutto rallentasse per l’effetto Covid. Ma sopra ogni cosa va notato come nemmeno la pandemia sia stata in grado di allungare ombre sulla musica del gruppo.

Se un appunto si può fare agli Yes, è questa sorta di endemica mancanza di ‘dramma’ . Nonostante Drama (e quel qualcosa di nuovo, insolito, diverso, e potenzialmente spiazzante nelle persone Geoff Downes e Trevor Horn fino allora noti come Buggles). In altre parole, se Dio ama il rock, e alla faccia di tutte le cassandre che vedono pro-rock solo il povero Lucifero ci può stare, e Dio è luce senza sosta e senza fine, ebbene gli Yes saranno headliner lassù al Festival Paradiso Rock: nessun dubbio perché nessuno come loro è fonte di positività e brillantezza, e The Quest, doppio Cd, non fa che confermare doppiamente la tesi dall’inizio alla fine.

E non è questione di Prog rock – il Prog rock oscuro, deprimente, conflittuale, schizofrenico ha esempi nobilissimi e molteplici –, ma di sistema metabolico proprio alla band e generatore (al contrario dei Van der Graaf) di una gioia sonora che ha contraddistinto tutte le versioni – paradossalmente dalla convivenza burrascosa – della band oggi diretta da Steve Howe.

Certo è che una volta sopraggiunto il lockdown, che Jon Davison abbia scritto le parole di A Living Island (la musica è di Downes) che chiude in dolcezza il primo CD, la cosiddetta ‘ballata’ traboccante speranza per le sfide che aspettano l’umanità nel prossimo futuro, dalle Barbados, magari ha dato una mano riguardo a umore e ottimismo.

Il resto è terreno fertile per la buona vena – e che altro aspettarsi? – di Steve Howe, un po’ meno per le tastiere più ‘80s (à la Buggles, appunto) che classiche del genere a dispetto di quanto dichiarato da Downes (“… le tastiere fondamentali, come Hammond e piano acustico, in questo album sono proprio evidenti. Rispettano molto il sound che fu utilizzato su tanti dei primi album degli Yes”), o solida base per la sezione ritmica senza sorprese – nel bene e nel male – costituita da Billy Sherwood e Alan White. Del cinguettante Davison si è detto: l’età della restaurazione al microfono.

Tra i restanti titoli, menzione d’onore per Leave Well Alone, col fraseggiare di Howe che in due momenti ha curiosarmene una eco Gentle Giant e sul finale ricorda per struttura – altro brano indimenticabile che fa della semplificazione la sua tremenda efficacia – Würm (sezione finale di Starship Trooper): mi riferisco qui come là alla strada aperta dalla chitarra ritmica (3 accordi 3) sulla quale poi decollano i solo.

Mentre Future Memories prova a tenere la barra a dritta sulla strada acustica e da Music to My Ears – potenziale singolo da radio – arrivano finalmente segnali di vita dal pianoforte vagheggiato da Geoff Downes.

Il secondo CD – tre brani per meno di un quarto d’ora di musica – va considerato come sorta di bonus, allegato omaggio o qualcosa di simile: non rivela nulla di indimenticabile o in grado di fare cambiare opinione su The Quest che si risolve fondamentalmente col primo disco.

(Se in saccoccia poi avete i soldini per permettervi la versione più equipaggiata, quella con aggiunta di Blu-ray, allora vi aspetta la solita offerta degli stessi brani in salsa kamasutra: 5.1, surround, instrumental, sopra, sotto, di lato, da dietro, ecc.).

Mezzo secolo di onorata carriera, non certo ragazzini, gli Yes sono portatori sani di una domanda che si ripete ogni volta che all’orizzonte appare un lavoro loro o di un altro big della stessa generazione: meglio continuare a offrire il solito menu risaputo benché di buon sapore, oppure sfidare tutto e tutti e provare con la nouvelle cuisine (qualcosa di nuovo, insolito, diverso, e potenzialmente spiazzante)?

Insomma, retro-prog o avant-gard? In mo(n)do ecumenico: de gustibus.

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