Recensioni

6.9

Introdotto da un artwork molto efficace ed elegante, il primo disco degli Yellow Moor è un lavoro che cresce sulla distanza, potendo contare su una elevata carica persuasiva, intrinseca alle canzoni che lo compongono. E non è casuale, visto che dietro il nome della band si nasconde un personaggio non propriamente esordiente come Andrea Viti, che i più ricorderanno come bassista degli Afterhours dai tempi del celebrato Hai Paura del Buio? e sino a Ballate per Piccole Iene, ma che negli anni ’90 ha avuto anche il merito di fondare un gruppo seminale come i Karma.

Accanto a lui in questa avventura c’è Silvia Alfei, con la quale Andrea ha dato vita ai Dual Lyd prima di approdare al progetto Yellow Moor. Che, chiariamolo subito, merita attenzione, dato che si segnala prepotentemente come una novità artistica di spessore nel panorama del nostro rock, poiché le canzoni che lo compongono sembrano impermeabili a mode effimere e a tendenze magari buone solo per una stagione. Al contrario, l’aspetto più stimolante del progetto di Andrea e Silvia risiede in un approccio universale fatto di composizioni che narrano storie di vita quotidiana e che si reggono su un equilibrio invidiabile tra vari estremi: l’elettrico e l’acustico in primis, ma anche la luce e l’oscurità, la quiete e il rumore, la canzone folk e il rock più aggressivo.

Le dieci canzoni di Yellow Moor sono efficaci sia dal punto di vista della scrittura, mai banale anche se chiaramente ispirata a modelli d’oltreoceano che prediligono atmosfere cupe come Greg Dulli e Mark Lanegan, sia da quello del sound, stratificato e ricco di sfumature. In 35 minuti netti di durata, dunque, il duo infila una manciata di pezzi potenti che sfruttano molteplici registri espressivi e che, pur non essendo scevri da alcuni difetti, vantano uno standard compositivo molto alto.

Elettriche e distorte, senza però che il loro vigore soffochi mai la melodia, le tracce di Yellow Moor non perdono infatti il contatto con la forma canzone, ma anzi prediligono la linearità compositiva e l’immediatezza: poca sperimentazione, quindi, e molta sostanza fatta di linee melodiche indovinate che crescono per poi deflagrare in refrain dall’innegabile effetto catartico, grazie anche a un uso delle voci, oltre che degli arrangiamenti, che dona ai pezzi sfumature sottili e a volte sinistre. Seven Lizards, posta a metà scaletta, rappresenta per certi versi la pietra angolare dell’intera opera, racchiudendo un mood parzialmente opprimente e saturo di energia elettrica che trova sbocco nell’epicità del suo incedere. Altrove emerge invece una certa classicità, sempre legata più a modelli americani che anglosassoni, come in Ghost o Out Of The City; in altri casi – vedi Supastar – il tributo maggiore lo si paga ad alcune band stoner provenienti da Palm Desert e dintorni, senza per questo ricalcare in maniera scontata le inevitabili ispirazioni.

E a riprova della varietà di questo disco, pur in un contesto solidamente unitario, si prenda anche l’iniziale Castle Burned – peraltro brano scelto come singolo promozionale – dove prevalgono suoni lo-fi, mentre il pulsare della ritmica sposta su un piano più sensuale tutta la faccenda. La ballata elettrica di Covering Things e la riflessiva e suadente Inside a Kiss segnano altri due centri pieni, mentre Across This Night è l’unico episodio del disco a stringere in un abbraccio ideale il folk americano più outsider suonato da gente come Howe Gelb, pur con qualche cedimento troppo melodico nel refrain e nel solo di chitarra.

In conclusione, Yellow Moor è un progetto seducente, con una serie di elementi di sicuro interesse per chi ha a cuore un certo rock, a cominciare dall’elevata fattura delle canzoni che lo compongono. Qualche intoppo emerge in alcune esecuzioni, in particolare nei non sempre sufficientemente rodati intrecci vocali, ma si tratta di peccati veniali, poiché è la sostanza delle composizioni e le atmosfere che queste sono in grado di ricreare ad essere il fulcro attorno al quale gira questa opera, a tutti gli effetti tra gli esordi più significativi dell’anno nell’ambito del nostro rock indipendente

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