Recensioni

Ci sono alcuni vettori direzionali che possono risultare utili nel momento della valutazione di un album: primo, che l’originalità non sempre è innovazione; secondo che le stramberie non sempre sono sintomo di originalità; terzo, che la varietas musicale non sempre è cosa buona e giusta, soprattutto se il miscuglio strumentale e formale diventa un’accozzaglia più che materia coesa. Dovremmo tener conto di queste direttrici quando ci approcciamo agli Yeasayer, band di Brooklyn arrivata al quarto album ma che ancora divide tra detrattori inferociti e sostenitori sviolinanti, tra chi li esalta a geni di un futuristico indiepop che cavalcherà presto l’onda del successo, a chi ne vede una fine imminente – anzi, chi non ne ha mai visto neanche un inizio.
Valutando il loro percorso potremmo anche farli rientrare nell’etichetta della world music, anche se le contaminazioni in questo senso sono di tutt’altra tipologia e abilità (sotto la voce: Peter Gabriel) rispetto a quelle che troviamo in Amen & Goodbye: tentativi (talvolta ingenui) di incastonare suoni di diverse parti del mondo nell’indie attuale, dalle chitarrine medio orientali al synthpop anni ’80 americano, ai pezzi sognanti e dreamy, a ballate allegre e schitarrate in compagnia. Se l’attitudine dei Nostri è sempre stata quella della mixture disordinata, è vero anche che col primo All Hour Cymbals si sarebbe potuto vedere un angolo di originalità: forse da indirizzare e condurre, limare e perfezionare, ma sembrava potesse esserci materiale interessante, di quella psichedelica elettronica à la Animal Collective. Con i successivi album questa speranza è andata indebolendosi, vista la sempre maggior inconsistenza del loro experimental pop, se così vogliamo chiamarlo, e la mancanza di un obiettivo stilistico del tutto personale. Con Amen & Goodbye diventa ancora più lampante l’incompiutezza del loro lavoro: sempre più fuori-passo coi tempi, sempre meno musica orecchiabile, in cui potersi riconoscere e, di conseguenza, sempre più stigmatizzabile. Il cantato indie che si mescola a sonorità mediorientali nel ritornello di I Am Chemistry, come anche in Half Asleep, di colpo si affievolisce in un pop senza personalità. Un coro à la Scala & Kolacny Brothers non trova una collocazione adatta, così come gli intermezzi Computer Canticle 1 e Child Prodigy, teste mozzate di sperimentazioni inconcludenti; i nonsense melodici e il retropop glaciale mancano di orecchiabilità, come in Dead Sea Scrolls; ripetitività sonora, senza reale convergenza artistica, una molteplicità disordinata e fastidiosa, per nulla affascinante. Dal punto di vista strettamente melodico e vocale sembrano avvicinarsi agli ultimi Bloc Party di Hymns (altamente criticati), il brano Silly Me in particolare.
Nella visuale d’insieme, valutiamo anche il marketing ben ragionato, un buon lavoro comunicativo: ma se il prodotto non ha le carte giuste, anche con la giusta promozione, si persevera col fare buchi nell’acqua, conquistandosi solo qualche vittoria estemporanea. La loro idiosincrasia musicale non rimane nel tempo: di loro purtroppo non resta un ricordo profondo, ma soltanto la percezione di mancanza di lucidità compositiva, di reale coscienza dell’intero. Una pluralità esclusivamente formale che non rispecchia una pluralità sostanziale.
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