Recensioni

7.2

Iniziato nel 2019 e completato durante il periodo pandemico, il nuovo disco del duo Xylouris White, composto dal batterista australiano Jim White (Dirty Three) e dal musicista cretese di laouto, lira e chitarra George Xylouris, è un esempio di come la costrizione all’autoriflessione provocata dal lockdown possa avere dei risvolti significativi. L’esperienza di un tempo sganciato dalle logiche delle società mediatizzate e iper-liberiste ha permesso loro di concentrarsi sul significato profondo delle proprie emozioni al cospetto di uno stravolgimento tanto inatteso.

La musica di The Forest In Me sembra emergere da quella stessa logica non lineare e discontinua, eppure capace di raggrumarsi con naturalezza in nuove consapevolezze. Una triangolazione intercontinentale che ha visto al lavoro i Nostri con il produttore Guy Picciotto (Fugazi) rivelatasi fruttuosa nell’esprimere rarefazioni emozionali complesse tramite una musicalità toccante quanto urgente nel suo arrivare come un insieme di frammenti auto-conclusivi.

Dodici tracce strumentali dal sapore post-rock che sfuggono dalla trappola della maniera grazie a preziosi intarsi etnici: dalle malinconie slintiane che respirano appena la leggera brezza del mediterraneo (Missing Heart) a quelle mediorientali suonate al chiaro di luna (Tails of Time). Un percorso che tra rarefatte melodie ipnotiche, improvvisazioni in bassa frequenza, country dal sapore etnico e reminiscenze ancestrali si sviluppa con grande respiro.

Un insieme di passi necessari a far emergere gli schizzi jazzati a costruisce il flusso interiore in perfetto equilibrio tra onirico e materico di Memories and Souvenirs al lirismo à la Dirty Three di Red Wine, passando per il canto ovattato e lontano in cui l’astrattismo evoca musicalità sadcore della title track, e fino agli armonici di Seeing the Everyday, che come deboli bagliori all’orizzonte disperdono la rotta tra ritmi all’apparenza accidentali e polveri desertiche alzate dal vento.

Leggera e pacificante come la favola della sera, Long Doll è la giusta conclusione di un album capace di far riviere nel presente gli antichi racconti orali di un tempo ormai andato, ma con la consapevolezza di quanto siano imprescindibili per guardare al futuro.

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