Recensioni

Anche il quarto album del polistrumentista australiano lo vede impegnato – a mo’ di one man band – con parecchi strumenti (tra cui chitarre, basso, didgeridoo e percussioni), alla ricerca, come viene puntualizzato in sede di press, dell’essenza dei suoi live. Mescolando folk, reggae, rock e world, White Moth, che vede la presenza di cantanti aborigeni, è un concept che paga quindi omaggio agli abitanti originari del continente australiano, ed intende sensibilizzare a un maggiore rispetto per le culture da preservare. Un personale viaggio dell’autore che fa anche il punto della situazione sulla sua musica. Ecco allora il soul e il reggae (Twist, Come Let Go), le ballad (Better People, Choices), le consuete ascendenze benharperiane (Anni Koozoo), i rock blues (Footprint), gli echi younghiani in Whirlpool, la world gabrieliana di Message Stick, tra didgeridoo, percussioni e voci.
Disco curatissimo dal punto di vista tecnico, non è sostenuto nello stesso modo dall’ispirazione nel songwriting, per quanto le intenzioni siano lodevolissime. Per cui la discontinuità non ci permette questa volta di porlo allo stesso livello del precedente.
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