Recensioni
SNARE DRUM EXORCISM
Xabier Iriondo
Light/Fire/Lemons
Tierra / Maree split
-
Stefano Pifferi
- 21 Aprile 2020


Xabier Iriondo non ha bisogno di presentazioni avendo tagliato trasversalmente gli ultimi tot anni dell’underground più o meno under italiano (da Afterhours a ?Alos, passando per A Short Apnea, Uncode Duello, Shipwreck Bag Show e millemila altri); Snare Drum Exorcism sì, ma soltanto perché sigla nuova di zecca dietro cui si cela Franz Valente, già dietro le pelli con One Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori, Lume e Buñuel, quest’ultimo progetto condiviso oltre che con Eugene Robinson degli Oxbow proprio con Iriondo.
Ora i due condividono uno split vinilico in cui mostrano ognuno il lato più oscuro di sé. Iriondo, nei 15 minuti di Tierra, utilizza il solo Mahai Metak, lo strumento a corde auto costruito con cui, più che alla terra, sembra fare il verso al collega, dato il procedere carsico, tra silenzi e pause, rumore e manipolazioni dei suoni che estrae dal proprio cordofono. Elettricità statica, stasi, riverberi e suoni “materici” fanno di questo lato più una performance (da gustarsi, chissà quando, dal vivo) che un vero e proprio pezzo. Nel suo lato invece Snare Drum Exorcism addensa nubi e oscurità, anch’egli lavorando matericamente sullo strumento, in questo caso rullanti, percussioni metalliche, aste delle stesse incluse. Ne esce anche qui un percorso che è performativo più che strettamente sonoro, in quanto mostra l’alterità e le alterazioni di uno strumento “classico” quando viene decontestualizzato dal suo uso standard. Non suoni intellegibili, quindi, bensì un mondo sonoro che esiste e persiste al di sotto della quotidianità e che sia Valente, sia Iriondo, sono stati in grado di estrarre e catturare dalla propria strumentazione.
A margine recuperiamo anche l’esordio made in Snare Drum Exorcism, ovvero il Light/Fire/Lemons uscito sul finire dello scorso anno per Dio Drone. Un disco che ovviamente si muove lungo le coordinate accennate sopra, ovvero roba materica e concettuale, iconoclasta si direbbe per il modo quasi irriverente e “curioso” con cui Valente approccia il proprio strumento nel tentativo (riuscito, a dirla tutta) di farne “altro”, di catturare sonorità e potenzialità diverse dall’usuale. Quel che ne esce è musica che lambisce, all’atto pratico, territori dark-ambient e sfrutta l’apparato industrial e post-industrial tutto per tratteggiare visioni e/o incubi che sanno di opposti in lotta e dimensione notturna e claustrofobica: il battito marziale, da cuore post-westworld, che sottostà alla lunga nenia dark-industriale di Head Like A Hole è la definitiva mutazione del corpo-strumento in qualcosa di avveniristico e tradizionalmente blasfemo.
Amazon
