Recensioni

7.4

Se esiste un pop perfetto, capace d’inglobare suggestioni varie ed eventuali provenienti da mondi diversi (gli anni ’90, l’elettronica dreamy, qualche riferimento shoegaze, un po’ di folk, una punta di urban, un po’ di vocalizzi della lezione soul e r’n’b), e di declinarli in una chiave personale e assolutamente autentica, per quanto scopertamente derivativa, oggi quel pop è senza dubbio appannaggio dei Wolf Alice.

Il loro terzo album in studio, Blue Weekend, è il coronamento di una progressione costante; nessuna particolare sorpresa estetica rispetto ai precedenti lavori – My Love Is Cool e Vision Of A Life (premiato con un Mercury Prize), semmai ancora più struttura e mestiere, e la conferma di una precisa scelta stilistica: saccheggiare a piene mani gli anni ’90 e rileggerli sotto la lente degli anni venti del terzo millennio, a testimonianza di un eclettismo espressivo, furbo eppure di sostanza. Blue Weekend è figlio del suo tempo, probabilmente una delle cose più contemporanee che vi capiterà di ascoltare: è nostalgico, è retromane, è malinconico, è nevrotico, è innocente ma anche sgamatissimo.

Weekend is so fun, but lots of drama takes place then, so sometimes it’s the catalyst for your downfall
Ellie Roswell, NME

Il punto di partenza del terzo disco dei Wolf Alice, offre, sin dal titolo, non pochi spunti d’interesse: suggerisce un percorso di ricerca e un tentativo di riappacificazione; quell’ambivalenza dell’aggettivo blue a significare le contraddizioni, le discese e le salite che caratterizzano i nostri spazi interiori quando vengono lasciati liberi. Il tutto si arricchisce di significato se pensiamo all’ultimo anno e mezzo: a tutto quello di cui siamo stati privati, a tutto quello che abbiamo dovuto imparare e re-imparare. Lasciati soli con noi stessi, abbandonata l’alienante routine della vita “di prima”, del confortante pilota automatico che per comodità definiamo normalità, quante sfumature di blue abbiamo attraversato? Sebbene il disco sia stato scritto prima della pandemia, il caso ha voluto che i Wolf Alice si ritrovassero, loro malgrado, a raccontare gli stati d’animo di un’era post-apocalittica.

Ma Blue Weekend sembra ancora di più un viaggio che indulge nelle terre di mezzo che stanno tra la giovinezza consapevole e l’età adulta che incombe, quasi che il weekend sia una metafora dello spazio franco tra quello che ci concediamo e quello che non ci appartiene più. Un disco di sfumature, senza dubbio, di domande (How Can I Make It Ok?), e di risposte che prevedono altre domande ancora, come in Safe From Heartbreak (if you never fall in love).

La voce eterea di Ellie Roswell, cantante, chitarrista e compositrice, che assieme a Joff Oddie forma il nucleo originario della band, contribuisce a plasmare una parabola armonica di momenti emotivi e climax differenti, passando per gli estremi (dalla malinconia spinta della ballata The Last Man On Earth, primo singolo estratto, all’euforia sprezzante di Play The Greatest Hits, che potrebbe essere benissimo un brano di Le Tigre), ma soprattutto indulgendo in tutto quello che sta nel mezzo.

Blue Weekend è un disco pieno di luoghi, fisici e immaginari, dove appare prioritaria la ricerca di sé stessi: ciò appare particolarmente evidente in The Beach, in No Hard Feelings o in Feeling Myself (dove nell’apertura sintetica del ritornello riecheggia la migliore scuola di Bristol), come pure nella chiusura della suggestiva The Beach II, ma l’intento si rivela pressoché ovunque, quasi fosse un viaggio che approda a una sofferta e complessa maturità.

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