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5.7

Popular Monitress è il nuovo album di Wobbly. Dietro allo pseudonimo si cela Jon Leidecker, poliedrico artista di San Francisco, già membro del seminale gruppo plunderphonic Negativland, e con all’attivo collaborazioni con artisti del calibro di Matmos e Moebius. Uscito il 5 febbraio per Hausu Mountain, etichetta di Chicago, l’album è il seguito ideale del precedente Monitress, uscito sulla stessa label nel 2019.

Come per il predecessore, si tratta di un album creato grazie a pitch tracker e synth app per smartphone e tablet che reinterpretano le sue composizioni, trasformandole (a volte incorrettamente e con esiti imprevedibili) in segnali MIDI. Tuttavia – come intuibile dallo stesso titolo – alle sofisticazioni, frutto di sessioni di improvvisazioni, del lavoro precedente si sostituiscono qui strutture più “pop” come materia prima da dare in pasto ai software. Ne vien fuori musica che vuole essere un modello di «quelle relazioni che vengono a formarsi tra di noi e i nostri strumenti». 21 tracce caleidoscopiche, con estremi di durata che vanno dai 9 secondi di Training Lullaby ai 7 minuti e 50 di Trillionth Riff.

Quello di Popular Monitress è un assemblaggio schizofonico, viaggio fra le moltitudini di possibilità sonore offerte dalla manipolazione elettronica, al di là di facili etichette di comodo. Certo, lo si potrebbe liquidare come IDM, ma incasellarlo nel genere storicizzato (e controverso) della Intelligent Dance Music sarebbe miope e riduttivo nei confronti di un album che, lungi dall’essere immediato e di facile ascolto, è nondimeno pervaso da uno spirito di divertimento quasi infantile, proprio come i migliori lavori dei Mouse On Mars. Niente di più lontano dall’immagine cristallizzatasi nei ‘90s dell’IDM cervellotica e seriosa, insomma. Wobbly mostra quello sperimentalismo avventuroso di stampo autechrino, spogliandolo del rigore intellettuale per poi rivestirlo di una vocazione gioconda e umoristica, e tuttavia non meno stimolante per coloro che amano l’elettronica più intraprendente. Semmai, più che agli escapismi ’90s, qui si guarda e si contribuisce a pieno titolo alle fascinazioni HD dominanti nell’ultimo lustro. Glitch scintillanti, assemblaggi selvaggi dati musicali rielaborati, un sovraccarico sensoriale che, a conti fatti, è spesso indigesto, con tanto di cover che ammicca all’estetica vaporwave, nonostante in questo lavoro non vi siano tracce di ruminazioni sulla tecnologia del passato e nostalgia del mondo pre-ventunesimo secolo.

Inevitabilmente, data la sua genesi, Popular Monitress si fa apprezzare maggiormente per il processo creativo e i conseguenti orizzonti dischiusi sul rapporto uomo-algoritmi, piuttosto che per il suo lato musicale in senso stretto, finendo spesso col sembrare un esercizio di stile. Ad ogni modo, affascina l’algoritmizzazione del collage, che eleva al quadrato il potenziale di straniamento e imprevedibilità tipico di una delle tecniche artistiche predilette dagli sperimentatori in tutti i campi.

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