Recensioni

6.3

Per la serie “band valide di cui forse ci dimenticheremo”, ecco i Wives da New York. Sono quattro, dalle foto non riusciresti a immaginare qualcosa di più hipster, e hanno un impianto classico: la voce e la chitarra di Jay Beach, l’altra chitarra di Andrew Bailey, il basso di Alex Crawford, la batteria di Adam Sachs. Li ascolti e pensi subito agli anni Novanta: è una cosa ormai risaputa, la tendenza di molte band contemporanee a darsi come vero contesto il passato. Li ascolti, i Wives, e pensi: sembrano uno dei tanti gruppi di ragazzi che ci hanno provato in quegli anni e che non sono emersi.

I nomi che sono stati fatti sono Sonic Youth, Pixies, Fall. In realtà, in molti casi sembrano più una versione rallentata di questa sacra trimurti, e soprattutto priva della sua follia e della sua temerarietà. Per carità, ci provano anche a sembrare schizzati (Hideaway), ma proprio non ci riescono. È un problema? No, per nulla. Anche perché i Wives hanno dalla loro la capacità di essere efficaci nei momenti di maggior solidità, e cioè quando i loro pezzi sembrano muri di suono (Servants, con un attacco e un procedere da Queens Of The Stone senza psichedelia) o quando si limitano a prendere un riferimento del passato (come le Throwing Muses nelle chitarre di Hit Me Up, oppure quella versione ripulita di una band surf-punk che fa capolino in Whatevr) e ripeterlo, ripeterlo, ripeterlo, fino a quando loro pensano abbia un senso. Il fatto è che spesso ce l’ha.

D’altro canto, questi esordienti non sembrano proprio dei campioni di personalità, e la speranza nostra è di sbagliarci, come tutte le volte in cui si parla di giovani. D’altronde, lasciare il segno oggigiorno non è facile. Ci vogliono tanta cura, tanto lavoro, tanto talento. E soprattutto la forza di mettere personalità dentro le canzoni. Ma per quello, per i Wives, c’è ancora tempo.

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