Recensioni

7.5

“Queste canzoni significavano tutto per me. Sentivo che c’era più verità in loro che in qualsiasi altro libro avessi letto sull’America, o in qualsiasi film avessi mai visto. Ho tentato di descrivere, più come in una poesia che in un documentario, ciò che più mi ha commosso delle loro musiche e delle loro voci”. Wim Wenders

La musica, primissimo amore di Wim Wenders, non è mai stata, nel suo cinema, elemento accessorio e mero accompagnamento, ma ha assunto un preciso ruolo culturale, nel momento stesso in cui è diventata il referente significativo di una generazione, nata dopo la seconda guerra, che ha saputo riconoscere una propria identità comune nel rock, a prescindere dalla nazionalità di appartenenza.

Ecco allora gli omaggi musicali del regista tedesco nei primi corti realizzati (Rolling Stones, Dylan, Hendrix, Van Morrison), poi nei lungometraggi via via è toccato a Kinks, Chuck Berry, Can, Ry Cooder (memorabile la sua soundtrack per Paris, Texas, 1984), U2, Nick Cave, Lou Reed, la musica cubana (Buena Vista Social Club, 1999), i Madredeus (Lisbon Story, 1994); fino all’approdo al blues, in tempi recenti, come personale esplorazione dell’America: “Il blues mi ha preparato a farmi salvare dal rock. Quando avevo quindici anni ho scoperto che tutto viene dal blues, anche il rock. Il blues è più definito… un po’ come il cinema noir di una volta rappresenta la parte più bassa e disperata dell’umanità”.

 Il film The Soul Of A Man (2003), quarto dei sette capitoli di una storia del blues per immagini, (The Blues, serie ideata da Martin Scorsese), è il personale omaggio di Wenders a tre musicisti che ne hanno fatto la storia: Blind Willie Johnson, Skip James, J. B. Lenoir. La forza espressiva del blues e la conservazione della memoria storica sono i temi portanti di questo docu-film, che è un appassionato atto d’amore nei confronti della musica delle radici.

Si alternano rare immagini d’archivio e ricostruzioni in b/n, registrazioni d’epoca e reinterpretazioni del repertorio dei tre bluesmen da parte di musicisti contemporanei (Beck, Marc Ribot, Lou Reed, Garland Jeffreys, Cassandra Wilson, Nick Cave And The Bad Seeds, Vernon Reid, tra gli altri); poi interviste, documentari, estratti da film (il primo film di Wenders, Summer In The City del 1970, sulle tracce di J.B.Lenoir, vera ossessione del regista), in un dolente viaggio personale e storico, attraverso le matrici della cultura afroamericana.

Il film ricostruisce fedelmente, nella prima parte, attraverso la fiction, la vita e le storie di Johnson e James, a cavallo tra gli anni ’20 e i ’30, per poi diventare documentario puro, con testimonianze e immagini d’epoca, nell’ultima parte.

Blind Willie Johnson (interpretato dal bluesman Chris Thomas King), texano, è il narratore del film: suonatore di strada e nelle chiese, chitarrista slide, bluesman puro e dalle solidi radici spirituali (sua The Soul Of A Man), incide alcune canzoni per la Columbia alla fine degli anni ’20, fondendo gospel e blues.

Skip James (Keith B. Brown) rappresenta l’anima più drammatica del blues del Delta, (ispirerà Robert Johnson); incide per la Paramount, poi fallita a causa della Depressione, agli inizi degli anni ‘30, ragion per cui i suoi dischi non sono mai stati pubblicati. Si ritira per 30 anni, diventando un pastore battista; torna d’attualità nei ’60 con il recupero (da parte di John Faheytra gli altri) della tradizione americana e del blues acustico degli esordi (Pete Seeger, Dylan, la scena folk), tornando a esibirsi.

Infine J.B.Lenoir, in cui convivono l’anima del blues elettrico e lo showman; il regista ce lo mostra in alcuni rari filmati di due documentaristi e appassionati, mai andati in onda sulla tv svedese. Incide nei ’50 e nel decennio successivo, è impegnato nelle lotte per i diritti civili dei neri americani, muore tragicamente alla fine degli anni ‘60; è stato riscoperto da John Mayall (che gli ha dedicato la canzone The Death Of JB Lenoir ) e da tutta la scena blues inglese.

Proprio gli anni ‘60 sono protagonisti delle immagini d’archivio, dai discorsi di Martin Luther King, a John Mayall in concerto, dalle manifestazioni contro il razzismo, ai cortei del Ku Klux Klan, da Skip James al festival di Newport nel ‘64 con Son House e Bukka White, ai Cream alla Royal Albert Hall nel 68 che coverizzano I’m So Gladdi Skip James, proprio per raccogliere fondi per il bluesman malato di tumore … Si comprende così quanto il rock debba al blues e quanto ne sia stato profondamente influenzato.

Questi tre grandi autori sono vissuti e morti poverissimi, volevo in un certo senso restituire loro il dovuto. Ma volevo anche far capire come tanta musica di oggi nasca da lì, da quelle battute ”.

Le storie private e umane, la musica e la vita, inserite nel contesto storico-sociale dei musicisti, sono ricostruite filologicamente, con stile documentaristico, laddove manca il materiale originale. Ripercorriamo quindi le storie dei protagonisti: il cantore di strada Willie Johnson alla fine degli anni ‘20, uno stranito Skip James alla sua prima session di registrazione nel 1931, il suo abbandono per lo spiritual e la fede. Ne risulta un ibrido, tra esigenze documentaristiche e di finzione, dal montaggio agile, dall’ impianto narrativo (la voce off di Jackson fa da guida per tutto il film), raccontato con partecipazione e passione.

 Musica profana e spirituale allo stesso tempo, uno stato d’animo dello spirito, il blues è visto sia come aspirazione a una vita migliore, anche metafisica, sia come mezzo per solidarizzare nelle profonde ingiustizie sociali. Il Wenders manieristico e deludente da troppi anni a questa parte ritrova quindi se stesso, in un film in cui ripercorre le radici delle sue passioni di sempre.

“Non potrò mai dimenticare la prima volta che ascoltai Leadbelly cantare CC Rider: schizzai in uno stato di trance. Come molte persone della mia generazione, ero cresciuto ascoltando soprattutto rock and roll, ma in quel solo istante compresi da dove arrivasse tutto quello che mi piaceva”. Martin Scorsese

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