Recensioni

6.2

Che Willis Earl Beal non fosse un personaggio facile, lo avevamo capito: homeless, alcolista redento, fondatore della Church of Nobody, attore alla bisogna. Un “precario della black music sfuggito ai meccanismi dello showbiz solo per entrarvi dalla finestra dell’hype 2.0“, come lo ha giustamente definito il nostro Stefano Solventi all’epoca di Nobody Knows. Ma che cosa aspettarci dopo la rottura (apparentemente) consensuale con la XL, l’arresto a Portland con le accuse di molestie, i tour cancellati, i dischi distribuiti gratuitamente ai fan?

Se pensavate che Willis Earl Beal cambiasse vita, in una sorta di redenzione in perfetto stile black America, beh, vi sbagliavate. Nel senso che probabilmente l’uomo, larger than life, non cambierà davvero mai. Ma si prodigherà in riflessioni, commiserazioni e spergiuri di mettere la testa a posto, come avviene in questo Noctunes. Anche questa, una storia tipicamente black America (e non solo). In queste dodici canzoni che sembrano fatte solo della voce di Beal e di un lungo tappeto di synth, qualche rara percussione elettronica e poco altro, si canta l’amore come, forse, unica forza che può salvarci (Love Is All Around), lo stooping esistenzialista (vedi Lust: “Ever since I was a kid, I could not keep my eyes away/ I told myself I was alright/ I told myself I was normal inside“), il bisogno di conferme (Say The Word).

Tra vaghi riferimenti cinematici, ugge Chesnuttiane, tentazioni orchestrali mai davvero compiute, i 63 minuti del disco fluiscono via come un unico flusso di coscienza, forse identico allo stesso flusso che li ha generati in una casa in riva al lago, dove sono stati concepiti. Pur dovendo ancora una volta riconoscere l’originalità e il fascino del personaggio e della sua visione del mondo, cominciamo a sospettare che la spinta si stia esaurendo e che di bello, qui, ci siano più l’idea che la realizzazione.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette