Recensioni

L’ottavo album del country singer William Elliott Whitmore, classe 1978, ripropone la solita formula di country, folk, rock and roll e soul che ha portato un discreto successo al ragazzotto proveniente dallo Iowa; quello che cambia, o per meglio dire che si aggiunge, è una propensione verso un approccio più ruvido e slabbrato nella riproposizione del suo canonico e integerrimo stile. L’inserimento di una batteria e di alcune chitarre elettriche fa facilmente sconfinare il materiale nel territorio del folk’n’roll stradaiolo (l’opening track Healing To Do profuma di primi anni ’70 e non sfigurerebbe in un disco come Sticky Fingers di stonesiana memoria); ma non si tratta di una vera e propria svolta, perché la maggioranza degli episodi di Radium Death è piuttosto rassicurante.
E’ il caso dello scarno bluegrass di Civilizations, il country basico di Go On Home e il lento valzer di Can’t Go Back Home, dove le lap steel ricamano blandi e delicati ambienti sonori. Trouble In Your Heart chiama in causa i Mumford & Sons con la grancassa che lavora sodo, così come lo spettro degli Stones continua ad aleggiare minaccioso su Don’t Strike Me Down; la voce di Whitmore è potente, roca e aspra, perfettamente calata in un universo sonoro e compositivo tipicamente americano, al cui interno fioccano riferimenti ad artisti come Billy Bragg, Johnny Cash (South Lee Country Brew), Lynyrd Skynyrd e Whiskeytown.
Non c’è nulla di nuovo in Radium Death rispetto alla tradizione roots-folk americana, e le differenze rispetto ai precedenti lavori non fanno certo gridare a una svolta miracolosa. Eppure i dieci episodi di questo disco si lasciano ascoltare e riascoltare perché letteralmente trasudano genuinità e onestà intellettuale: proprio come la soul ballad finale Ain’t Gone Yet, che in 5 minuti e 20 secondi racchiude decenni di storia della musica. Se fossero tutti così i tuffi nel passato, la retromania acquisterebbe certamente un valore più sensato.
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