Recensioni

Dovessi suggerire un disco al mio migliore amico voglioso di Americana, consigliando questo Animals In The Dark andrei sul sicuro. Se mi chiedesse qualche dettaglio, gli direi che col quinto album William Elliott Whitmore porta il suo country nella zona franca che separa e unisce il mainstream dall’alternativo, definendo con sempre maggiore lucidità quella calligrafia fatta di tradizione integerrima, basata su un ristretto novero di segni immediatamente riconoscibili, intensamente tipizzati.
Una fisarmonica, l’hammond, il dobro, quella voce che sembra appena strappata al ventre della terra, alle inquietudini e alle speranze covate sotto al front porch. E la morbidezza, soprattutto la morbidezza con cui accoglie stemperandola un’ebbrezza black, tanto che – volendo tagliare un paragone con l’accetta – sembra posizionarsi rispetto al soul e al blues come Ben Harper si pone rispetto al folk-rock. Quale esempio porterei senz’altro la trepida There’s Hope For You, oppure i tremori espettorati da Who Stole The Soul e Let the Rain Come In.
Inoltre direi buone cose sulla disarmante fierezza che pervade l’invettiva corsara di Mutiny, così come sulla grana redneck fragrante e priva di boria di Johnny Law e Lifetime Underground. Infine lo rassicurerei, che in certi casi la genuinità la senti a pelle, capisci quanto profondamente è radicata anche dalla serenità con cui si disimpegna tra un malanimo e l’altro. Questo è uno di quei casi.
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