Recensioni

L’album dell’amicizia che si fa collaborazione. Dopo una serie di dischi in cui Heimer, di stanza a Berlino, produce i dischi dell’inglese, i due finalmente si ritrovano in studio, in Germania, per lavorare a certe idee che intanto si erano messe in moto nelle due menti. Galeotte alcune e-mail con allegati loop di chitarra e pattern ritmici, Animal Hands vede la luce solamente nel 2015, quasi due anni dopo i primi concepimenti. Il ruolo di Heimer non è più solamente quello di affinare le composizioni dell’amico, ma anche condividere alla pari l’impresa artistica. Ne esce un disco di pop tenue, innervato di delicatezze che fanno pensare agli orizzonti nordici, ma caldo come il soul che contraddistingue la voce di Samson.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, ma lavorato con la passione per l’artigianato pop. Quello di Samson e Heimer è un amore per i suoni raffinati che si ritrova almeno in uno degli artisti, Ólafur Arnalds, con il quale il Nostro è andato in tour negli ultimi anni. Ma viene in mente soprattutto Jónsi, assieme alla galassia Sigur Rós. Le nove tracce sono paesaggi dall’orizzonte sconfinato o quasi, dove i bleep elettronici, oltre a sottolineare i ritmi, danno l’ossatura timbrica (si ascolti Kelper). Altre volte (Dreamtape) sono solo toni crepuscolari sostenuti da synth che si muovono tra archi e loop, a disegnare un’atmosfera o poco più. Da apprezzare la sincerità dell’operazione e, rispetto agli islandesi citati, anche la sinteticità.
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