Recensioni

7.5

Con Sings Greatest Palace Music – prodotto da Mark Nevers dei Lambchop – il buon Will si cela dietro al suo moniker preferito (e forse definitivo), come sembra suggerire anche il gesto stesso che dà la stura al disco, cioè un tornare sul luogo del delitto Palace/Palace Brothers e riappropriarsi di questo manipolo di canzoni, come a rivendicare per esse e per sé una calligrafia più brillante ma non meno intensa. Così se da un lato le canzoni ne risultano corroborate e non poco, allo stesso tempo anche il Principe Billy è costretto a rimettersi in discussione, a spostarsi ulteriormente offrendo un altro profilo ad un altro taglio di luce.

Difatti, se il precedente Master And Everyone sembrava un crudo rimuginare sotto la veranda in mezzo a un mondo desolato, raso al suolo da pulsioni profonde di morte e perdizione, questi quindici pezzi sembrano accendersi in un granaio guarnito a festa, indossano la luce tiepida del tramonto, spalmano di fragranze (f)estive il dolore che comunque cova ma tanto vale scenderci a patti, tanto vale ballarci sopra una danza di vita.

Smussati gli spigoli, sedata la nevrosi destrutturante, ispessiti gli argini melodici, vivide orchestrazioni country-rock trasfigurano le sembianze spoglie (soprattutto quelle contenute nel tremebondo Days In The Wake) e insidiose delle versioni originali: il fiddle, il piano, la steel guitar, il mandolino, ma anche comparsate di ottoni (e trombone in I’m A Cinematographer) fino allo strisciante sax di Pushkin e a quello clamoroso della quasi irriconoscibile Viva Ultra. Un armamentario classicissimo, datato sotto tutti gli aspetti eppure capace di suonare fresco, dinamico, addirittura urgente.

Il segreto credo sia nella capacità di Oldham di giocare con modelli e archetipi senza alcuna soggezione, col piglio di chi sa l’ampiezza e le implicazioni del gioco, di chi misura il tempo nella lunghezza delle prospettive, immerso nel loro sapore fugace, di chi sa il modo con cui ogni palpito anche il più intimo è simbolo e riflesso di conflitti universali.

Molto di tutto questo è nella sua voce, in quel prodigarsi duttile seppure malfermo (l’incerto caracollare sui registri più bassi, lo sfilacciarsi su quelli alti fin quasi a strozzarsi, l’impagabile tremore dei vocalizzi), evidentemente consapevole della modestia dei mezzi eppure non potesse rinunciare, perché niente come la propria può essere la voce dei propri travagli.

Inutile sottolineare la bellezza dei pezzi, che del resto qui raccolti restituiscono di schianto la straordinaria statura autoriale di Oldham, per quanto antecedenti il trittico di capolavori della maturità. Quanto a me, è stato come soffiare sull’antico debole per Horses (cavalcata sul limitare del destino in diretta da Lost Blues), You Will Miss Me When I Burn (cinismo indolenzito e vibrante che non sarebbe sfigurato in Ease Down The Road, ma era in Days In The Wake) e le struggenti Agnes, Queen Of Sorrow (in duetto con Marty Slayton, l’originale è in Hope) e New Partner (melodramma amaro in salsa valzer, da Viva Last Blues).

Per il resto, vale quanto detto per l’ultimo buon Grant Lee Phillips: sarebbero bastate poche righe, il minimo per chiarire che trattasi di un gran disco di country rock. Per nulla a disagio nell’attualità, come capita ad ogni lavoro che si aggira dalle parti dei classici.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette