Recensioni

6.9

Chi pensava – non senza qualche buon motivo – che i Wild Beasts fossero l'ennesima effimera stellina nel firmamento del pop-rock d'Albione, deve ricredersi, almeno per il momento. Col terzo album Smother i quattro ragazzi di Kendal consolidano la posizione di prestigio guadagnata col buon sophomore Two Dancers. Ci riescono confezionando un programma che al solito intrattiene stemperando languore, dinamismo, melodramma, astrazione e giusto quel pizzico d'inquietudine ad insaporire. C'è molto soul ma come dire omeopatico, reso avatar di se stesso da un processo di ibridazione post-wave, di decantazione tra struggimenti art-pop e intellighenzia danzereccia, di trasfigurazione sulla spuma di ben meditate fantasmagorie androidi.

Non è eccellente la scrittura, non sorprendono gli arrangiamenti, ma convincono le situazioni ed il loro susseguirsi piano, con morbide svolte stilistiche e d'umore, come un mantra lenitivo. L'alternarsi delle voci (quella tenorile – pomposa e soave – di Hayden Thorpe, quella baritonale di Tom Fleming) è il dualismo più evidente di un disco che gioca a far coesistere calligrafie così lontane così vicine, un carosello d'incontri utopici per combinazioni poco probabili eppure fruttuosi tipo Antony e Brian Eno, Tindersticks e Morrissey, David Byrne e Horace Andy, Mark Hollis ed Hercules And Love Affair. Tutto ciò accade con una levità sciropposa che finisce col suonare convincente traccia dopo traccia: l'ipnotica Loop The Loop, la svenevole Albatross, la palpitante Reach A Bit Further e la post-tribale Bed Of Nails su tutte.

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