Recensioni

Sul percorso della band di Chicago si è scritto e si continua a scrivere molto. A guardare i loro numeri – otto album in studio e due live in quasi vent’anni di carriera – è inevitabile pensare che Tweedy e compagni siano ormai giunti alla soglia del “classic”. Più che una definizione, un ombrello usato per coprire tutti i gruppi la cui fama e credibilità siano talmente consolidate dal non poter cadere nemmeno sotto i colpi dell’ispirazione, dell’età o della decenza, a seconda dei casi.
Per fortuna nostra, i Wilco non hanno mai badato troppo alle statistiche e ai luoghi comuni, ed è così che ce li ritroviamo davanti anche stasera: calmi e rilassati come è solo chi ha ormai raggiunto la piena consapevolezza dei propri mezzi, ma senza concedersi nemmeno un briciolo di quell’autocompiacimento che forse, a questo punto, i sei potrebbero anche permettersi. Il risultato sul palco è dunque la diretta conseguenza della natura unica di questa band. Una formazione che con oltre due ore di musica, regala uno show che è esattamente come te lo aspetti: non ci sono sorprese, non ci sono trucchi, basta chiudere gli occhi e fermarsi ad ascoltare un live impeccabile che però non suona mai freddo e distante. Ché qui sta la magnifica forza di questa band, essere sé stessi, un piede nella tradizione e l’altro nell’innovazione, inventando un sound che in fondo appartiene a tutti.
È così che i brani – pescati e ben dosati tra quelli dell'ultimo The Whole Love e i più significativi di sempre – si susseguono senza interruzioni, costruiti soprattutto intorno alla speciale armonia elettrica delle chitarre di Tweedy e Nels Cline, ma anche alla compattezza inossidabile di una batteria di Glenn Kotche che si insinua nelle atmosfere ora distese ora tirate dei diversi brani. C’è tutto il loro sound, racchiuso e dispensato nelle evoluzioni e nelle sfumature che attraversano il loro repertorio, da sempre diviso tra l’urgenza delle pulsioni del rock and roll e i fantasmi della miglior tradizione country/folk. Tutto questo sarebbe più che sufficiente per credere alla genuinità di una band che, fin dagli esordi, ha sempre dimostrato di avere l’ostinazione per suonare credibile in primo luogo a sé stessa.
È questo che significa essere classici? Di sicuro, è difficile immaginarsi i Wilco nel tentativo di rifare se stessi, perché semplicemente lo sono già. L’amarezza dentro alla bellezza, l’armonia dentro alla distorsione ed eccovi serviti, loro sono lì, statene certi. Perché – parafrasando una loro celebre canzone – Wilco Loves You Baby.
(A questo link e di seguito trovate anche il foto reportage di Francesca Sara Cauli)
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