Recensioni

Esiste un punto d’incontro tra Cocteau Twins, Cure e Beach House? Per Crystal Dorval, al secolo White Poppy sì, ed esso altro non è che un ampolloso pastiche di sentimenti in lomografia dai profumi tanto tropicali quanto inafferrabili, eterei. Tristi tropici, per dirla alla Levi Strauss. La pastorale dell’artista canadese discende per lascito direttamente dalla crasi tra darkwave, dream pop e goth alla continua ricerca di un luogo fantastico, immaginario, remoto e slegato dalla percezione del reale. I Paradise Gardens, questo il nome del suo nuovo lavoro, rappresentano esattamente quest’idea: un luogo dell’anima dove far riposar le ossa in un momento in cui è la Nostra a confessare tra le righe dei suoi echi epici le criticità di un momento difficile: «You think you have somebody but you don’t» (Silence), «Anybody tell me what to do» (Orchid child).
Il lotto, invero, è anche più complesso di quanto sembri: mentre Something sacred porta con se un lungo strascico di rielaborazioni anni Settanta così come ha spesso fatto Ariel Pink, gli abissi di Hawk rimandano ad un immaginario quasi trip-hop; allo stesso tempo Memories ammanta un ricordo a metà tra la bossanova e i primi Red House Painters di una fitta caligine synth e Phoenix (un’istanza di rinascita messa a suggello) diventa terreno di turbo-sperimentazione. Molte facce della stessa fragilità umana, la stessa che proprio in Broken, traccia d’apertura, apre la Dorval alla malinconia: «There’s a hole in my heart / Don’t know where the pieces are».
Sebbene il mood generale risulti piuttosto monocorde e arranchi nella ricerca di un picco o di un momento memorabile, sarebbe sbagliato derubricare un tale lavoro a mero esercizio di stile. Paradise Gardens, seppur chiaramente carente di originalità e/o innovazione, è un disco ispirato dall’urgenza comunicativa e un passo in avanti rispetto al passato.
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