Recensioni

Se It’s The Evil (2010) e Sorry (2012) sono stati per il quartetto di Vancouver White Lung la messa in pratica di un revival punk grezzo e rabbioso, divenuto massicciamente sfacciato nella penultima fatica Deep Fantasy (2014), spetta ora a Paradise porre un limite alla spigolosità dei pericolosi angoli acustici che tanto avevano caratterizzato la musica del gruppo guidato dalla frontwoman Mish Barber-Way.
Ciò non significa che l’ultimo disco della band sia sobrio e placido, anzi. Detentore del primato in lunghezza rispetto ai predecessori, risulta ammorbidito da momenti in cui il ritmo si calma portando con sé attenzione per le melodie e una profonda ispezione emotiva. Lo dimostra in particolare Below, capace di catturare e cristallizzare il tempo in una ballata quasi mainstream, confermando l’impressione che Paradise suoni proprio come il lavoro più pop che la band della British Columbia abbia mai realizzato, confezionato per poter attirare magneticamente nuove orecchie senza però deludere gli aficionados. Un album il cui fulcro, dopotutto, risiede in un meticoloso processo di songwriting che mai prima di questo LP aveva toccato la penna dei quattro.
Oltre alle superfici patinate si annidano i riff frastornati e confusionari – eppure pieni di ottime intenzioni – di Hungry, le incessanti stangate di rullante di Dead Weight offerte da Anne-Marie Vassiliou, nonché il grido antemico di Kiss Me When I Bleed, brano in cui la Barber-Way (ricordando un po’ l’attitudine di Brody Dalle nei Distillers) fa esplodere il proprio dolore nel verso «I will give birth in a trailer huffing the gas in the air», riuscendo a incarnare la vita e la morte simultaneamente. In siffatta dicotomia tra apollineo e dionisiaco, i White Lung trionfano con un disco che è non solo l’emblema dell’ascesa della band a un livello decisamente superiore, ma anche uno dei dischi di area “ritorno 90s” più convincenti del primo semestre del 2016.
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