Recensioni

6.7

Quando nel 2009 i White Lies arrivarono primi in classifica con To Lose My Life…, sembravano l’ennesima reincarnazione del fantasma post-Joy Division. Cappotti neri, tastiere minacciose, testi apocalittici. Eppure avevano qualcosa di più fisico, meno concettuale, una fame da band che suonava ancora nei pub di Ealing e voleva finire nei poster accanto a Editors e Interpol. Da allora sono passati sei album e una carriera che ha saputo alternare ambizione e solidità senza mai toccare vertici né veri tonfi.

Night Light conferma quella zona di comfort, ma prova a illuminarla con qualche lampo. Registrato ai Church Studios di Londra con Riley MacIntyre alla produzione e Chris Coady al mix, il disco nasce da un’idea semplice: scrivere e registrare tutto “dal vivo”, insieme, senza l’ossessione della perfezione digitale. Una scelta che promette spontaneità e che restituisce soprattutto una coesione elegante, a tratti troppo educata.

Già dall’attacco di Nothing On Me si percepisce il cambio di rotta: un battito motorik, un synth limpido, il respiro largo degli Ultravox e dei Killers più ariosi. Un’apertura da arena, costruita per il coro collettivo.

Il resto del disco segue la stessa logica, cercando una dimensione più americana. Le chitarre tornano protagoniste, la voce di McVeigh abbandona i toni solenni per un crooning diretto e quasi radiofonico. In mezzo, un equilibrio studiato tra il romanticismo di Peter Gabriel e la grandeur di Bruce Springsteen, tra synth che decorano e ritornelli che stentano a esplodere.

Nei momenti migliori (Everything Is OK, In The Middle) i White Lies trovano una sintesi efficace e fila tutto liscio; nei passaggi più ordinari, invece, affiora soprattutto il mestiere. Night Light è un album che vuole piacere. Ci riesce anche, ma questo è il sound di una band che sa di non sbagliare. McVeigh dice che “finalmente sanno cosa stanno facendo”. Ed è forse proprio questo, paradossalmente, il limite.

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