Recensioni

I White Lies giungono al traguardo dell’album numero sei a ben tredici anni dall’uscita di To Lose My Life, un debut album che conquistò critica e pubblico nel 2009. Nato inizialmente con l’insegna Fear of Flying, il trio londinese composto da Harry McVeigh (voce, chitarra e synth), Charles Cave (basso) e Jack-Lawrence Brown (batteria) ai tempi incideva per la stessa etichetta dei Cure, Fiction Records, e arrivò al primo posto in classifica quando il vento era ancora in poppa per le formazioni che attingevano a piene mani dalle atmosfere cupe e alienanti della dark-wave; inciso con una forte pressione, il successivo Ritual risultò più altalenante pur confermando buon gusto negli arrangiamenti e una certa propensione ai ritornelli da cantare a pieni polmoni, come in Bigger Than Us; Big TV si adagiava già meno sugli allori, e fu un importante passo avanti in termini di scrittura e storytelling da parte di Cave, che si occupa dei testi e che non si smentisce nemmeno in questo nuovo lavoro, As I Try Not To Fall Apart, che arriva dopo una lunga e travagliata gestazione dovuta agli stop and go inevitabilmente imposti dalla pandemia, dai lockdown e dalle successive timide riaperture. Proprio la particolare e delicata situazione in cui le nuove dieci canzoni hanno visto la luce, culminata con la cancellazione di un tour, ha fatto sì che oggi più che mai i White Lies si interroghino sul senso della vita, sulla morte e su quanto riusciamo a dare peso a cose incredibilmente futili.
Nulla di nuovo, almeno sulla carta – stiamo pur sempre parlando di una band il cui primo singolo a entrare nelle charts britanniche si intitolava Death. Eppure il registro si sta facendo sempre meno monocromatico, per quanto il suono sia sempre più o meno piacevolmente imbrigliato in reminiscenze rock anni Ottanta. Ritroviamo in particolare una vistosa influenza dei Simple Minds, quelli energici ma ancora arty di Sparkle in the Rain (in Blue Drift, per esempio, si respira aria di Up on the Catwalk) ma anche quelli più bombastici degli inni da stadio nel pieno della competizione con gli U2.
Se il santino di Ian Curtis non è ancora stato riposto, è pur vero che McVeigh richiama talvolta più marcatamente Julian Cope pur senza il suo genio sregolato, oppure un Ian McCulloch più caldo e suadente (non è un caso che il produttore Ed Buller abbia lavorato, oltre che con Suede, Pulp e Courteeners, anche con Echo and the Bunnymen in veste di tastierista); l’ammirazione per il David Bowie berlinese e di Scary Monsters ha segnato la lunga Roll December che apre il lato B, mentre Station to Station ha ispirato i passaggi white-funk di Am I Really Going To Die – che musicalmente strizza l’occhio anche ai colleghi Franz Ferdinand, mentre è il personaggio di Ivan Beckham interpretato da Danny Huston nel film Ivanxtc (a sua volta una storia liberamente ispirata da La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj) ad aver fornito lo spunto per le parole, recitate dal punto di vista di un malato terminale che pian piano scende a patti con la propria condizione.
Il pop in casa White Lies non è mai stato disdegnato, specialmente quello di matrice Eighties, ed è per questo che è impossibile tenere fermo il piede all’ascolto della title-track, contraddistinta da un’architettura synth-pop e un ritornello vicini ai Tears For Fears degli esordi. C’è tempo per sedersi sul divanetto e sorseggiare un cocktail quando subentrano poche note di chitarra, acrobazie al basso e dita che schioccano in Breathe, che tira in ballo i Wang Chung di Dance Hall Days e o i Lover Speaks di quella No More ‘I Love You’s ripresa con grande successo da Annie Lennox diversi anni dopo; ma attenzione a non rilassarsi troppo, perché I Don’t Want To Go To Mars è il brano più caustico della collezione con la sua presa in giro nei confronti di Jeff Bezos e di Elon Musk – giusto lo scorso anno quest’ultimo parlò dei suoi piani per portare l’uomo su Marte entro il 2026 e costruire lì le sue Tesla. «La realtà è che vivere lì sarebbe terribile», ha rovesciato del tutto la prospettiva Harry McVeigh nel corso di un’intervista. «Durante la pandemia c’era chi pensava che sarebbe stata ormai l’unica opzione per sottrarsi alla sventura, ma andremmo a colonizzare un pianeta inabitabile, farebbe un freddo gelido e non saremmo mai in grado di uscire». Musicalmente siamo ancora dentro la stessa time capsule – siamo vicini agli episodi dei Muse di matrice più ultravoxiana. Non è neppure l’unico momento in cui sembra manchi solo Midge Ure all’appello, perché la conclusiva There Is No Cure For It tenta una mediazione tra One Small Day degli Ultravox e Slave to the Wage dei Placebo.
Come è spesso accaduto ai White Lies, anche questo nuovo disco – come la strada per l’inferno – è lastricato di buone intenzioni che non sempre si traducono in brani perfettamente a fuoco. Non tanto sul versante della narrazione, ormai sicura e fluida, ma perché per ogni due ritornelli che funzionano c’è almeno un passaggio a vuoto che fa abbassare la media. Step Outside ancora una volta fa il verso ai Franz Ferdinand, saccheggia il piano saltellante agli Scissor Sisters ma il tutto suona fuori tema e fuori tempo massimo; piano e tappeti di synth troneggiano in Ragworm, che si colloca da qualche parte nello spettro tra i Depeche Mode e i Gene Loves Jezebel, mentre sono i Cure della trilogia Pornography/Disintegration/Bloodflowers a fare capolino in The End. Due episodi, questi ultimi citati, che avrebbero potenziale ma per qualche ragione si perdono per strada – complice la riproposizione di certi suoni di synth per tutta la durata dell’album.
La band è riuscita a non farsi stritolare troppo dalle mode che arrivano e altrettanto velocemente se ne vanno, non la vediamo da un po’ in Top Ten ma questo le ha permesso di realizzare musica con meno affanno e con maggiore indipendenza. La pubblicazione di As I Try Not To Fall Apart è di per sé un evento, se pensiamo a quanti gruppi coevi si sono fermati al primo o al secondo album, ma anche dopo ripetuti ascolti si ha l’impressione che il sound dei White Lies abbia perso freschezza e non permetta a certe canzoni di emanciparsi da modelli ingombranti e decollare come potrebbero.
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