Recensioni

7.2

Ascoltando queste canzoni mi è venuta in mente la classica immagine del funambolo che procede sul filo, un passo dopo l’altro, in bilico tra accortezza e azzardo, distillando un equilibrio fragile ma a suo modo prodigioso, reso più saldo dall’azione stabilizzante del bilanciere. Tecnica e istinto, orizzontale e verticale, calcolo e vertigine. La sintesi non è affatto scontata. Soprattutto: come valutare il risultato? Evitare la caduta è senz’altro un esito preferibile, ma vale anche sul piano dell’espressione? 

Tim Presley è uno che negli anni – soprattutto negli anni Dieci – ha dimostrato una schietta attitudine per il deragliamento, sulla scorta di una passione impetuosa e caotica per la psichedelia variamente dissestata e labirinticamente pop, le radici affondate nei Sixties dei club londinesi e dei garage USA, ovviamente ben concimati a noccioline acide. Anche se, per la verità, i primi passi Presley li ha mossi sulla spuma urticante post-hardcore dei The Model Rockets, per poi deviare in territori più mesmerici (non troppo lontani dallo shoegaze) con i Darker My Love

Esordi che sono stati obliterati nel 2010 dal battesimo dell’entità White Fence, ovvero Presley stesso alle prese con la suddetta passione, il piglio sempre più avventuroso e meno addomesticato, comunque disposto al confronto con spiriti affini quali Ty Segall – con cui stringe sodalizio fin dal 2012 – e Cate Le Bon, quest’ultima complice nel side-project DRINKS (due album tra 2015 e 2018) e alla produzione di THE WiNK (2016), disco dalle angolazioni più angolose e futuribili pubblicato col nome di battesimo. Qualcosa però deve essersi inceppato dopo il piuttosto visionario I Have to Feed Larry’s Hawk del 2019, settimo e apprezzato album targato White Fence, perché ne è seguito un silenzio discografico che Orange arriva oggi – opportunamente – a spezzare. 

Se la vena del cantautore californiano appare viva e pulsante come ricordavamo, è sul fronte della forma che i segni del lungo iato si fanno sentire. Richiamato Segall alla produzione (che dire: ogni funambolo ha il bilanciere che si merita) nonché a batteria, basso e cori, le undici nuove canzoni sembrano intenzionate ad assumere la forma di – beh – canzoni appunto. Come mai prima d’ora. O, almeno, non ricordiamo un Presley alle prese con una calligrafia tanto limpida, tenuto conto che dentro si agitano comunque spiritelli dadaisti, stropicciati e a tratti farneticanti di chiara estrazione barrettiana. 

Ribadiamo: il bisogno di normalizzazione è palpabile, pure se collocato su registri psych-pop intrisi di jingle-jangle sfrigolante, tra i quali germogliano melodie che ondeggiano nervosette, spesso radiose, obliquamente spaesate. Ne risultano perciò piccoli ordigni che aderiscono all’anima, al cuore, alla memoria, insomma a qualunque parte fisica o astratta di chi ascolta, un po’ come quegli animaletti di gomma appiccicosi che tiravamo sulle finestre da bambini (esistono ancora?).   

La scaletta si apre col languore balzano Hitchcock e la fregola Feelies dell’incalzante That’s Where the Money Goes (Seen from the Celestial Realm), per poi andare a chiudersi con l’impudenza indie anni Ottanta di Blind Your Sun, dove la smania folle dei Television Personalities fa dama con una verve più dritta Guided By Voices. In mezzo, t’imbatti nella croccante baldanza byrdsiana di Given Up My Heart (non priva di echi Replacements), in una Your Eyes imbevuta di fluidi glam come dei Big Star infervorati Roxy Music, oppure in quella So Beautiful che srotola grazia sgraziata Belle And Sebastian citando omeopaticamente la camminata sorniona sul lato selvaggio di Lou Reed. Impossibile poi non citare anche lo struggimento lunatico di Unread Books (qualcosa del Beck crepuscolare e dei Wilco a fari spenti),  l’impellenza R.E.M. di I Came Close, Orange for Luck, il jingle jangle carburato a polvere da sparo di Evaporating Love e gli echi neo-psych caliginosi di Reflection In A Shop Window on Polk.

Si tratta insomma di canzoni che si consumano e vibrano ai confini della radiofonia, ma che tuttavia sembrano sul punto di collassare dentro sé stesse, di accartocciarsi nella propria impronta ectoplasmatica. Ci senti una determinazione tangibile a coagulare in una forma ben definita, da cui eppure traspira il retrogusto della precarietà, come persistenze retiniche consapevoli della propria evanescenza, come allucinazioni in grado di muovere manopole che attivano circuiti emotivi densi e profondi. E tutto ciò in un meccanismo che gira senza intoppi, grazie ad arrangiamenti brillanti e corrosivi, in cui nulla è di troppo e se qualcosa sembra fuori posto è per il bisogno di perturbazioni che confondano le coordinate.

Orange è un album nostalgico che dimentica di esserlo con tanta naturalezza da disinnescare il senso di nostalgia. Adottando un equilibrismo da funambolo, Presley non ha evitato la caduta ma l’ha per così dire stilizzata, ne ha corretto la traiettoria. Così da atterrare sul presente con una scintillante, contorta effervescenza. 

Se questa mutazione si rivelerà definitiva, un po’ ci mancherà il freak fuori tempo che ha attraversato lo scorso decennio come il fantasma del garage accanto. Ma in cambio guadagneremo un delizioso autore di canzoni.     

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