Recensioni

7.2

L’accantonamento del moniker White Fence non è un mero vezzo, ma serve a Tim Presley per segnare una netta rottura con quanto realizzato fino ad oggi. Sette album composti in perfetta solitudine fra il 2010 e il 2014, più uno firmato assieme all’amico Ty Segall con il quale Presley ha condiviso spesso progetti e un’ispirazione garage pop deliziosamente arruffata e lo-fi. Più ombelicale e obliquo dell’amico, ma anche più incline alla melodia, in Is Growing Faith e Cyclops Reap il Nostro aveva racchiuso libere meditazioni barrettiane, acquerelli kinksiani realizzati nel più ferreo disprezzo per la forma. Qualcosa, però, è cambiato lo scorso anno, dopo l’incontro con Cate le Bon e quel progetto DRINKS che gli donava nuove energie espressive portando il senso di libertà dal piano formale a quello creativo.

The Wink è figlio dei DRINKS, e non solo perché la Le Bon qui figura in veste di produttrice, ma perché Presley si impegna in una destrutturazione della canzone che porta a risultati sorprendenti. Naturalmente nella sua operazione non parte da zero, ma fa sue le esperienze di cantautori “anticonvenzionali” come Kevin Ayers (a cui il crooning sopra le righe sembra direttamente ispirarsi) e Brian Eno (quello degli sketch glam e surreali dei primi album). È su queste coordinate che delinea il suo ecosistema sgangherato e fascinoso, in cui la sintassi della pop song viene piegata a proprio piacimento.

L’incipit fissa le regole del gioco: si parte con i due minuti di pulsazioni proto elettroniche di O Guardian A, e subito si passa al cabaret espressionista della title track, la cui decadente melodia poggia su arrangiamenti minimali tenuti insieme con lo spago. Gli spunti arrivano un po’ ovunque: in Can You Blame, ad esempio,  sembra di assistere ad una parodia dei Television realizzata con strumenti giocattolo che quasi mai si sovrappongono; la nevrosi declamatoria di Solitude Cola celebra a suo modo l’incontro fra la scuola velvetiana a quella di Canterbury (un tema che ricorrerà spesso all’interno dell’album).

Si finisce piacevolmente storditi dal modo in cui tanto disordine creativo si risolve in canzoni perfettamente compiute, memorie di un passato immaginario che ci suona, al tempo stesso, così familiare e così alieno.

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