Recensioni

La formazione texana dei White Denim, ad appena un anno di distanza dall’ultimo Performance, pubblica il suo nono lavoro dotandolo di attributi muscolari ed energici, e mescolando all’urgenza garage un già noto citazionismo giocoso che prova a sfidare gli anni Settanta, il prog, il funk e Frank Zappa. Nove tracce fulminanti (due minuti in media, per un totale di trenta minuti d’ascolto) che sono un calderone in cui si riversa un background composito quanto poco coeso: l’impronta maggioritaria è quella di un certo alt-rock volutamente facilotto primi anni 2000 (in perfetto stile Strokes), che si concede ampie divagazioni nelle sue radici 70’s, alternando uno stoner scarnificato (Shanalala) a un progressive più inconcludente che psichedelico (NY Money, Reversed Mirror), e giungendo persino a intraprendere velleitari sentieri world music (Out of Doors).
Un disco che vuole essere uno sfoggio di genealogie, una specie di gioco di prestigio che mira a tenere assieme, non riuscendoci, matrici profondamente slegate: la magia non è riuscita, e ci spiace doverlo ancora una volta constatare. Ci spiace, perché in dieci anni di carriera abbiamo visto sbocciare fior di speranze intorno a James Petralli e soci, che avevano testimoniato influenze multiformi e ambizioni interessanti. Purtroppo, a un’innegabile ricchezza di ascolti, duole constatare che non si accompagni un altrettanto solido impianto identitario, abbastanza forte da conferire una personalità propria alla somma di quegli stessi ascolti. Un risultato affatto mediocre, ma ben lungi dall’essere significativo.
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