Recensioni
Di tutte le epigoni di Nico, Weyes Blood merita di essere considerata una delle più rispettose, ancorchè una delle più efficaci. Tolti gli esperimenti di Fursaxa che con Kobold Moon dimostrava di sapersi sganciare dal verbo di Marble Index per arrivare ad un’espressione del tutto propria, Natalie Mering al suo debutto su Not Not Fun dopo una serie di episodi a bassissima circolazione, si accomoda padrona e sicura sul cavallo bianco di Desertshore. Da li, parte per un suo excursus personale che se da un latro prende in prestito i goticismi astratti e sepolcrali dell’austrice di Janitor Of Lunacy, dall’altro centra un melodismo austero, minaccioso e intimidatorio che la porta dalle parti di una Catherine Ribeiro meno aggressiva.
La strumentazione è quella d’ordinanza: organi da sepolcro perduto messi al servizio di un ensemble distorto e sfumato che la produzione di Graham Lambkin ex Shadow Ring si impegna nel valorizzare aumentando il senso di distacco temporale da una musica già sufficientemente “eterna” di per sé. Madrigali devozionali che virano verso un goticismo storto e malevolo come nelle nenia drogate e di-sfatte di Storms That Breed o Candyboy o ancora meglio come nell’evocazione esoterica su chitarra arpeggiata di Dream Song e nell’inno putrefatto e senza pathos di Romneydale fino agli episodi conclusivi che mostrano altrettanti ipotesi di percorso verso un futuro più incerto che mai.
Da un lato, l’astrattismo surrealista di In The Isle Of Agnitio su cui moltissimo influisce il gusto per il vuoto distratto di Lambkin, dall’altro l’austerità monastica di His Song che vira sempre di più verso una decadenza maligna sull’onda di un droning psichedelico ed effettato che fa tremare le ossa. Nel suo genere un piccolo capolavoro.
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