Recensioni

“I don’t want your love, I just wanna fight”. Il verso del primo singolo di moisturizer dei Wet Leg, insieme a una copertina apertamente weird, da alcuni giudicata persino inquietante, fanno bene il loro lavoro: si pensa subito a un progetto che valorizza l’ironia mordace del primo disco, a un gruppo che non ha paura di fare leva sulle proprie stranezze. Seguono dichiarazioni su un album composto all’insegna del divertimento e pensato per essere suonato dal vivo, una sequenza di canzoni d’amore che vanno dal tradizionale al morboso. L’aspettativa è confermata: a questo punto è lecito sperare che moisturizer centri l’obiettivo, magari anche raggiungendo la coerenza interna di cui si sentiva la mancanza nell’esordio, fatto di alcuni singoli promettenti e di qualche riempitivo.
Ma dopo un paio di tracce convincenti (CPR, liquidize, catch these fists), le spalle di chi ascolta cominciano ad abbassarsi. La maggiore coesione interna del disco è evidente (anche sul piano sonoro, visto che ci si muove quasi sempre tra indie e alternative rock, con qualche invasione nel territorio del post-punk), ma qualcosa si disinnesca; subentrano i primi riempitivi e moisturizer sembra non discostarsi troppo dal tracciato dell’esordio.
E forse la colpa è da imputare, in primo luogo, ai testi: l’esempio più lampante è in pokemon, un brano scandito da synth delicati e chitarre fini e riverberate, che fa pensare a un pop da centro commerciale e insinua nell’ascoltatore il dubbio: cosa ci fa questa canzone in questo disco? Il testo, poi, è così ricco di cliché amorosi da risultare generico, e lancia la sfida al conteggio dei riempitivi grammaticali (“You just gotta choose me, baby, yeah, I’ll be your Pokémon”). Sulla stessa linea si collocano brani come pond song e don’t speak, la cui natura manualistica – tanto sul piano testuale quanto su quello compositivo – condanna a un oblio pressoché immediato.
Altre tracce, invece, occupano una zona grigia: jennifer’s body, con influenze shoegaze e sequenze memori dei My Bloody Valentine, accoglie momenti di down (“Every day starts and ends with you. Hold me down, I get high on you. Go to sleep just so I can dream of you”) ed epifanie liriche della lunghezza di un verso (la frase “I look you dead in the eyes” presente anche in liquidize, che inficia la dedizione devota del brano e lo condisce di indecisione maniacale), mentre pillow talk, dotata di un sound heavy con forti richiami a Bikini Kill e Sleater-Kinney, risulta svuotata perché piena di luoghi comuni e affermazioni artificiali di stranezza (“You wanna eat me, I’ll be your carrot. Are you a bunny? I’ll let you have it”).
Delude insomma constatare che, al netto della particolarità principale del gruppo, rimane poca sostanza: è evidente che i Wet Leg funzionano meglio con testi ironici e sprezzanti, e con un sound che tende alla cupezza, allo stridore. In mancanza di questo i brani cedono alla banalità e alla freddezza, riducendosi a costruzioni standardizzate, troppo scariche di emozioni. Quando la canzone si concentra su rabbia o dubbio, invece, il gruppo dell’Isola di Wight dà il meglio di sé: lo dimostra mangetout, sarcastica invettiva in cui sfrigolanti riff di chitarra e un basso groove accompagnano cori dai toni beffardi, ma anche u and me at home, traccia dalle influenze 90s/00s (The Breeders, The Cardigans) in cui le voci degli altri membri del gruppo ricompaiono per dare alla chiusura un’impronta corale e giocosa.
D’altro canto, non si può soprassedere alle dichiarazioni delle stesse Rhian Teasdale e Hester Chambers, che in sede di intervista hanno più volte ricordato di non aver mai scritto una canzone d’amore (felice) prima di questo secondo disco. E analizzando i brani meno riusciti, non a caso quelli di amore conclamato, pieni di arrendevolezza, viene da pensare che le due non siano ancora a proprio agio con il tema. Il titolo del disco, così, assume un doppio significato: “moisturizer” come “idratante” non solo per il destinatario delle parole sferzanti di alcuni testi, ma anche per Teasdale e Chambers, che hanno cercato di “ammorbidirsi” per intraprendere questo racconto inedito. Se è vero che è ancora presto, allora speriamo nella maggiore consapevolezza del prossimo progetto.
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