Recensioni
Werner Herzog
Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans
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Aldo Romanelli
- 30 Settembre 2009

Remake: come indica la sua traduzione letterale dall’ inglese è il rifacimento di un film esistente. Il remake può essere più o meno fedele all’originale: si può cambiare l’ambientazione, qualche personaggio, si può attualizzare la trama, o cambiarne qualcosa. Tutto ciò, ovviamente, a seconda delle esigenze diverse da quelle del film originale. Solitamente maggiore è la distanza temporale tra le due pellicole, maggiori sono le differenze(…) (Fonte: Wikipedia)
Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans, (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, 2009), è l’ultimo film- o forse no, vedremo dopo- di Werner Herzog. Atteso come uno degli eventi clou della 66′ Mostra del Cinema di Venezia, dove partecipava alla competizione ufficiale, ha suscitato un clamore atteso e voluto, una disanima accorata e partecipata da tutti, o quasi, gli avventori del Lido. Cinefili e “non” sono a conoscenza dell’esistenza di un bellissimo film di Abel Ferrara intitolato Il cattivo tenente (Bad Lieutenant, 1992), con uno straordinario – forse il migliore – Harvey Keitel nei sofferenti panni di un anonimo tenente della polizia di New York, corrotto, tossicomane ed erotomane, che si trova a indagare sullo stupro di una suora. Essi sanno che Abel Ferrara è un regista unico nel suo genere: travagliato e spesso borderline nella vita come nella sua arte, in preda alle stesse frustrazioni che crescono, film dopo film, sempre alla ricerca di una redenzione a perdizioni estreme e con un innato senso religioso di fede viscerale e oscura. Cinefili e un po’ meno “non” sanno che Werner Herzog è uno dei più autarchici e geniali registi europei viventi e che ogni suo film costituisce un gradino successivo al film precedente nella ricerca di un linguaggio cinematografico sempre più funzionale all’affermare i valori principali dell’essere umano, al definire la nostra civiltà. Il suo film qui analizzato racconta la storia di un tenente di polizia corrotto e tossicomane che svolge un’indagine su un omicidio multiplo a New Orleans.
Qui entra in campo il concetto di fedeltà richiamato dalla definizione precedente: sic stantibus rebus il film di Herzog è un remake, nel più ampio senso suggerito da Wikipedia. Si cambia qualche personaggio, qualche elemento della trama e si ottiene l’esempio più limpido di remake cinematografico. Una piccola eccezione, però, va fatta se il regista del secondo film riesce a elevarsi dal primo, dall’“originale” e creare un film che cammini da solo, che non abbia bisogno di essere riferito al primo, che non senta nessun legame con esso ma riesca a vivere autonomo, sufficiente e bellissimo: è il caso del film di Werner Herzog.
Il tenente Terence McDonagh, Nicholas Cage, viene promosso dal grado di sergente per essersi comportato egregiamente durante i terribili momenti dell’uragano Katrina, a New Orleans. Un trauma alla schiena rimediato durante quegli atti lo condanna a dolori costanti e all’utilizzo di potenti analgesici ai quali lui aggiunge la frequentazione di droghe sempre in maggior quantità. Ha una compagna, Frankie Donnenfeld, Eva Mendes, che fa la prostituta d’alto bordo e lo ama, seguendolo lungo il percorso discendente delle sue dipendenze. Tiene in piedi una famiglia disgregata e stantia con un padre e una matrigna alcolizzati. Ha un caso al quale pensare: la strage di un’intera famiglia causata dalla lotta per il controllo del mercato della droga. E poi ha un’ironia innata. Questo è uno degli elementi principali del film di Herzog: si tratta di una commedia estremamente drammatica. Al di là dell’ossimoro volutamente provocatorio, pare evidente che il film racconti il declino mentale e fisico di un uomo al quale le cose improvvisamente vanno male e poi, altrettanto improvvisamente, si sistemano con una velocità e una semplicità paradossale e quindi comica. Il suo perdersi nei meandri della dipendenza e della frequentazione della malavita è raccontato con una forza e un’unicità quasi naif. In alcune sequenze del film pare di trovarsi in Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas, 1998), di Terry Gilliam. Lo stato di alienazione che vive il protagonista è tale da dissociarlo dalla realtà nella quale vive e da spingerlo, in alcuni frangenti del film, in una dimensione allucinatoria e demenziale.
Si tratta di due sequenze completamente divergenti dal resto del corpus del film, veri e propri momenti indipendenti. Nel primo caso, durante un’operazione di polizia, all’uscita da un bagno nel quale ha sniffato cocaina, McDonagh raggiunge i suoi colleghi pronti a dare inizio alle operazioni e vede, unico a farlo, due iguane sul tavolo. Alla sua richiesta su chi siano i proprietari dei due animali, i colleghi gli rispondono, ovviamente, che non ci sono animali nella stanza, Improvvisamente una canzone malinconica sale extra-diegeticamente e il primissimo piano dei due animali sembra mostrarli cantare. Il poliziotto, con aria stralunata, li guarda e sorride beato. La sequenza ha una durata rilevante e il pubblico in sala non può fare altro che ridere di gusto.
La seconda sequenza da analizzare è quella dello scontro tra i responsabili dell’assassinio multiplo sul quale lavora il tenente e la banda alla quale deve dei soldi. Girata al ralenti, con la colonna sonora di un arpeggio country di armonica a bocca, racconta una sparatoria alla Le iene (Reservoir Dogs, 1992), di Quentin Tarantino, nella polvere di un chilo di cocaina sparso nell’aria, che riempie di nebbia chimica la stanza. Tutto si conclude con McDonagh che, divertito come un bambino, chiede di sparare ancora al capo degli avversari, già morto, perché vede la sua anima danzare. Il controcampo mostra un cadavere affiancato da un ballerino di break dance che, sulle note dell’armonica a bocca, danza forsennatamente. I sicari eseguono, uccidono per la seconda volta il nemico e un’iguana si insinua in primo piano nell’ilarità del protagonista e degli spettatori in sala. Questi due momenti, a Venezia accolti con applausi a scena aperta, ricordano per cifra e lucida follia David Lynch e il suo modo di operare ben lungi da quello di Herzog.
Su queste sequenze l’analisi deve farsi più precisa. Werner Herzog partecipava a Venezia con due film, quello qui in analisi e uno a sorpresa, scoperto nel giorno della presentazione pubblica del film con Cage e Mendes. Unico nella storia del festival, il regista tedesco ha presentato due opere, entrambe in concorso, la seconda delle quali è My Son My Son, What Have Ye Done? (id, 2009), prodotto da David Lynch e dalla sua Absurda film. Molti degli attori del film con Cage sono presenti anche in questo, nel quale la partecipazione di Lynch è evidentemente non legata solo all’ambito produttivo ma anche alla direzione di alcune sequenze e dell’andamento generale del film. Si tratta della ricostruzione a flashback dei moventi di un matricidio operato da un aspirante e alienato attore, Mike Shannon che, in Bad Lieutenent: Port of Call New Orleans, interpreta il poliziotto corrotto Mundt.
Ecco spiegato il mistero: è evidente che i due registi stanno collaborando e che l’influenza di Lynch, chiara e inalienabile, marchia gli ultimi lavori di Herzog. Bisogna aspettare il prossimo lavoro di Lynch per capire se il favore è stato ricambiato. Nel caso di Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans questo rapporto allontana ancora di più dal film di Ferrara che resta un capolavoro di oscurità e perversione. Ci sono aspetti simili presenti in entrambi i film sul cattivo tenente ma le distinzioni sono macroscopiche e il gioco delle similitudini si fa presto sterile e frivolo. Il film di Herzog è qualcos’altro: un remake per alcuni aspetti; il primo frutto di una storica collaborazione tra geni per altri; un film buono, da ricordare e con un Nicholas Cage da Coppa Volpi, per chi scrive.
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