Recensioni

C’è stato un momento in cui gente come Visionist, Wen, Beneath e Rabit rientravano in un’unica label coniata da Martin Clark (ovvero Blackdown). Era un’etichetta nota agli addetti ai lavori che rispondeva al nome di 130 black, e da queste parti, come sulle colonne di Blow Up, queste stesse musiche sono rientrate nella definizione di post garage (un esempio perfetto? New Wave, che circolava già dal 2012). Per chi se lo fosse dimenticato Clark, oltre che tastemaker e speaker per Rinse FM, è il boss di una delle etichette simbolo del continuum elettronico britannico che ha maggiormente indagato nell’ultimo decennio l’intorno delle possibilità del dopo dubstep e dopo grime, un going back to look fwd, per dirlo con gli stessi protagonisti, un tornare alla (dark) garage di inizio Duemila per trovare nuove possibilità e traiettorie. In un 2013 che sembra lontano anni luce usciva la compilation simbolo di questo catartico bisogno di resistenza alle mode e alle sirene delle Big Room, This Is How We Roll, letteralmente “così rolliamo la nostra roba”. Dentro c’erano tutti i sopracitati più qualche altro oscuro personaggio e, non ultimi, i futuri detentori del movimento che si è agitato in seguito, Mumdance & Logos, con il loro weightless sound. Giro al quale è finito per accodarsi lo stesso Clark assieme a una buona fetta degli accoliti presenti nella compilation.
In un lustro di cose ne sono cambiate. C’è ad esempio chi ha rotto i ponti con il continuum: Visionist e Rabit hanno iniziato a porsi l’obiettivo di esplorare le convergenze tra elettronica e letterature sociologico/filosofiche, tagliando fuori il club per esplorare l’ontologia degli oggetti e altre possibilità. Chi, come Beneath, rimanendo fieramente dark e clubbista, si è spostato sulla techno allineando etichetta e club night – No Symbols – al giro più grosso dei producer del dopo dubstep, vedi Hessle Audio. E chi, come Owen Darby, in arte Wen, coerentemente con il proprio sopracitato mentore (vedi il buon Those Moments), ha abbracciato il weightless coerentemente con un personale approccio alla materia, riprendendo un discorso iniziato dal refix di Strings Hoe (di Dizzee Rascal) e proseguito poi negli episodi più marcatamente direzionati in questo senso del carbonaro quanto acclamato esordio, Signals.
Vale la pena ricordare che per quel disco e per la sagoma di questo ossuto ragazzo di Margate (che all’epoca era venuto a suonare anche in Italia), Clark si era speso i complimenti migliori dichiarando a Thump: «He’s found his own sound that spits vocal signals over the groove of garage and the space of early dubstep». In pratica, esagerando un pochino, Darby rappresentava per la 130 black l’equivalente di Burial altezza omonimo, e Parris (suo inseparabile mate) il dj dei dj di questa carbonara scena. Entrambi i ragazzi, seppur giovanissimi, erano maestri nel tenere le cose “dark and rolling”, proprio quello che i “bristoliani” di Pinch e Peverelist stavano facendo per Tectonic e Livity Sound versante UK Techno.
In EPHEM:ERA, sin dalla scelta della copertina fino al titolo del disco, Wen sembra aver imbracciato in toto il lato concettuale che accomuna tanto il giro weightless quanto quella “scena” che Adam Harper ha definito HD. Nella pratica, al netto dell’amore professato per l’architetto nostrano Carlo Scarpa, quel che attestiamo è la classe con la quale questo talentuoso producer sa dosare alchemicamente gli ingredienti. Fare grime astratto significa proiettare l’ombra di una nervosa stasi in cui imprimere brevi, meccanici, gesti. Non è un gioco per tutti, e il segreto sta nell’imprimere a quelli un’iconica quanto enigmatica “presenza”. Aiutano certo i rimandi al rave sound del ’92 ’93 (vedi il “singolo” Time II Think che spara un groove di Robin S su Marte), all’house come alla garage (CURVE_RELAY) e a quell’eski da dove tutto il grime è iniziato (VOID). Ma non sono passpartout.
La voci catturate dalle radio pirata con le quali il producer si era reso riconoscibile un lustro fa sono sparite; al loro posto c’è un solido lavoro sul concetto di transitorietà. Una successione di fermoimmagine che si imprimono brevemente nella retina resa millimetricamente attraverso timbri e texture, con gli spazi tra quelli avvolti in viscosi gas. Ci piace soprattutto la resilienza dei loop e dei pattern ritmici, quel loro frapporsi ai bleep, agli scratch e ai flash che contrappuntano e illuminano come fiammiferi queste buie (ma fascinose) stanze.
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