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L’avevano promesso (minacciato?), i Weezer, che dopo la parentesi acustica aperta e chiusa con Ok Human sarebbero presto tornati con un album inzeppato di chitarroni. Del resto, titolo (che richiama ovviamente i Van Halen) e copertina (simile a tante in ambito metal e derivazioni specialmente degli anni ’80) non lasciano adito a dubbi su cosa Van Weezer riservi una volta toltogli il coperchio.

Doveva uscire l’anno scorso, il sedicesimo lavoro in studio di Rivers Cuomo e soci, e invece è stato riprogrammato per il 2021 come successore a breve distanza di un’opera dove pur mancando quell’elettricità da sempre sua linfa vitale, il gruppo statunitense era riuscito a cavarsela egregiamente.

Riattaccata la spina, ecco di nuovo il quartetto con dieci brani nuovi di zecca dove, onestamente, si fatica a ravvisare pecche. Freschezza e ispirazione sono le stesse di un disco uscito in pieni Eighties di una band all’apice della condizione, e il concentrato di tamarraggine – pregna di autodileggio e nonsense – risulta spassoso come non mai, perché a questo giro i Nostri si sono superati sciorinando saggi di quella maestria compositiva che rende inattaccabili nella realizzazione di un disco che dopo pochi ascolti è già un’autentica droga. Un divertissement ma coi fiocchi, perché l’ironia è una cosa seria.

Uno scherzo, per dire, sembra l’epica overture Hero, ma cavolo se non è un pezzone; al pari di The End Of The Game, che si apre con un riff degno appunto dei Van Halen per poi srotolarsi sui binari sghembi dell’indie-rock di matrice 90s. Tutto già sentito, è vero, ma è sempre stata questa la cifra dei Weezer: suonare simili ad altro pur restando terribilmente originali e fedeli a se stessi. Le loro canzoni hai sempre la sensazione di averle già sentite da qualche parte, ma poi dici: «Cazzo, no!». Una qualità, questa, che gli ha sempre permesso di fare quello che volevano, a volte con risultati eccellenti e in altri casi meno, ma senza mai lesinare in ardimento e applicazione.

Stavolta hanno fatto centro, e non è una novità. Ce l’avevano in serbo da tempo, queste dieci roncolate power pop a cui il rescheduling dei tempi di consegna alle stampe ha forse giovato favorendone la decantazione. Dalle botti però non esce vino ma pasta al caolino, quella sostanza a presa rapida che regalava spazialità alle opere su tela degli artisti contemporanei. Così anche questi pezzi sembrano uscire dalle piste digitali per gonfiarsi in esibizioni muscolari caustiche, dissacranti e affatto autoreferenziali. Pomposità a gogò, toni epici e trionfali ma innestati sulla direttrice del solito, nerdissimo afflato weird weezeriano.

Un piglio dada in ogni caso ossequioso. In questo scenario presepiale sono tante le statuine a cui rendere omaggio: dai Queen all’apice del reame agli Iron Maiden, ai Black Sabbath, ai Kiss. Ma qua e là riferimenti sono facilmente rintracciabili anche in area Slayer, Metallica (del resto l’ultimo lavoro in studio elettrico dei Weezer si chiamava Black Album) Mötley Crüe, W.A.S.P., Alice Cooper e tutto l’immaginario hair/glam metal americano dei tempi d’oro fino a giungere perfino ai Survivor. Senza tralasciare l’anima punk del gruppo losangelino, visto che, ad esempio, Beginning Of The End mescola agli sguardi lunghi e rapaci di certo virtuosismo metallaro, diottrie uncool di pavementiana memoria; che All The Good Ones alita reminiscenze emo; e che in 1 More Hit il piglio lo-fi è alternato a pinnate spiaggiarole hardcore/skate sotto l’egida congiunta delle sante Barbara e Monica. E se per i Ramones, Sheila was a punk rocker, per i Weezer la stessa protagonista Can Do It. «I don’t see the problem with that», canta Cuomo nel brano, e infatti non c’è problema: a lui e ai suoi, ormai, tutto è permesso.

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