Recensioni

6.7

Quando si impiega più di un anno per stendere le dieci lunghezze di Jinx, dopo aver aggiunto il quarto componente alla band, essersi trasferiti da San Francisco a Brooklyn e aver pubblicato un esordio molto importante come Sports a forti ed oscure tinte post-punk e shoegaze e un discreto ritorno con l’EP Red, ci si aspetterebbe come minimo un sophomore di tutto rispetto. Le carte in tavola c’erano tutte, ma i Weekend le sfruttano solo per tre quarti. Il nome dell’album è un riferimento a quello che è l’approccio generale; i testi sembrano intristirsi e, in questo senso, l’abbandono di un luogo tutto sun-fun-luv come la California ed il recente periodo personale non troppo positivo del cantante Shaun Durkan hanno probabilmente avuto una certa influenza sulle situazioni compositive di Jinx. Rispetto a Sports una specie di evoluzione c’è, intesa più come un cambiamento piuttosto che come un miglioramento. Il fatto che ci siano troppi richiami mescolati a suoni con poca personalità, fa sì che il disco rimanga un po’ sospeso nel vuoto. Chi ha scelto la stessa strada, ad esempio Diiv o Savages, ha saputo fare di meglio.

Il lato più ombroso di Sports si è allontanato ma non del tutto; il post-punk di marca Joy Division si è purificato dall’aspetto più epilettico e dalle inclinazioni noise e lo-fi, sostituito da linee ritmiche più melodiche; la voce si è schiarita ed illuminata, avvicinandosi sempre di più a visioni offuscate shoegaze à la The Jesus And Mary Chain (Sirens, Adelaide) o à la My Bloody Valentine (It’s Alright), passando attraverso un imprinting ritmico ispirato ai primi The Cure o Depeche Mode (Scream Queen), per spingersi fino a percezioni spaziali molto The Stone Roses (Rosaries) o ad atmosfere idilliache alla Sigur Rós (il riverbero in apertura di Sirens).

Il risultato, alla fine, è un disco ben confezionato, che può puntare a conquistare soprattutto quegli ascoltatori che conoscono già l’immaginario musicale di riferimento.

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