Recensioni

7.8

Capita sempre più raramente, di questi tempi, di imbattersi in ascolti che folgorano, che tracciano dei solchi. Quei dischi che sanno come scuotere tutto quel sottobosco di passioni mai sopite. Quei momenti in cui ci si ritrova a fissare il soffitto con sguardo ebete, persi nei meandri della psiche umana, quella del musicista.
Raramente non è mai, però, e sembra proprio che sia successo di nuovo, nonostante coloro che ancora sanno estrarre dal cilindro certi conigli non sempre riescano ad assicurarsi i giusti canali distributivi per farli arrivare fin alle nostre italiche orecchie.

A New Order Rising, infatti, è uscito in patria lo scorso anno ma giunge solo adesso nel resto d’Europa grazie alla tedesca Glitterhouse. La patria, manco a dirlo, è la Norvegia, un paese che non smette (o forse ha smesso) di stupire, e l’uomo del giorno è il giovane Rune Simonsen. Un segreto nordico ben custodito, mentre con la sua band incideva un paio di eppì di avvicinamento a questo esordio.

Una voce malinconica e lacerante con estensione e timbro che ricordano da vicinissimo quella di Jeff Buckley e, perché no, in alcune occasioni perfino quella del suo ingombrante genitore.
Un giovane talento che pur non possedendo le stesse doti compositive o l’obliqua genialità dei due suddetti mostri sacri, sa suscitare su scala ridotta le stesse emozioni forti. D’altra parte un disco d’esordio che si apre sull’organo etereo di Black Wine – con la voce di Simonsen che udita per la prima volta sortisce lo stesso effetto di un bisturi in mano ad un chirurgo col Parkinson – e infila poi in rapida successione una serie di perline di pop raffinato, colto direbbe qualcuno, da far invidia ai Radiohead (Landslide e Have you ever su tutte), non può che esser considerato una manna dal cielo.

Un bendidio subito replicato prendendo però le distanze dalla canonica forma canzone, raggiungendo i medesimi obiettivi percorrendo strade differenti, non certo rivoluzionarie ma meno scontate ed altrettanto immediate. Una dimostrazione di forza che passa per la sofisticatezza di Maker Of Time e culmina con la bucolica Hymn, il cui cantato in falsetto, issandosi nella ionosfera, come uno space vertigo, stordisce, facendo subdolamente abbassare la guardia in vista dell’ammaliante canto delle sirene (camuffate da chitarre elettriche) del lungo intro di A Long Poem About The Acts Of Heroes Or Gods. Una visione in cui un Tom Yorke più tormentato del solito dà voce ai Pink Floyd dei Seventies.

Difficile, quanto inutile, dunque, scegliere questa o quella canzone, questa o quella veste del gruppo, dal momento che, durante questi cinquantacinque minuti, i tre ragazzi da Tromso non sbagliano un colpo. Non c’è un dettaglio fuori posto, non un tocco o una pennata di troppo. Ma undici canzoni eccezionali da ascoltare in solitudine, in cuffia, beati.

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