Recensioni

7.2

Sei anni tra un disco e l’altro sono un periodo da non sottovalutare. Possono nascondere gravi blocchi creativi, oppure una crisi di rapporti umani insanabile. Né gli uni ne l’altra per i Walkabouts, lungo un quarto di secolo assurti al ruolo di “istituzione cult” per chi ama l’America di provincia che guarda con fermezza al passato e prova a fornire ipotesi di presente. Partiti da Seattle a fine ’80 come mosche bianche di casa Sub Pop con un folk-rock screziato di ricordi wave e pulsioni alternative, hanno sviluppato una forma autoriale (da Tindersticks delle praterie, grossomodo) che da molti archetipi conquista una disinvolta riconoscibilità.

Sarà la scrittura di vaglia, l’intrecciarsi vibrante delle voci di Chris Eckman e Carla Torgerson, le atmosfere cupe e misteriose talvolta squarciate dalla luce. Mistero che conservano undici brani che replicano all’aspro predecessore Acetylene dopo che Eckman ha prodotto Tamikrest e Willard Grant Conspiracy (da dove proviene il nuovo chitarrista Paul Austin) e s’è dato a progetti pregiati come Dirtmusic e L/O/N/G. Fuga ogni dubbio sullo stato di salute un’iniziale My Diviner di classica malinconia alata, indicando novità in certi dettagli d’arrangiamento (No Rhyme, No Reason, The Dustlands) e in un’elettronica ben integrata alla Yo La Tengo (Long Drive In A Slow Machine).

Per il resto trovate la certezza di una scaletta che incalza con classe (Soul Thief: Steve Wynn rilegge Highway 61;Rainmaker Blues: ipnotica e conturbante), consegna attimi di profondità non comune (Horizon Fade invoca Mark Lanegan; Every River Will Burn ricolloca la velvetiana I Found A Reasonnel Mojave; la mesta ballata They Are Not Like Us), infine fonde le due anime (Thin Of The Air: splendore tra Calexico e Jefferson Airplane garagisti). Attestati di poesia e sapiente artigianato inarrivabili alla maggioranza delle giovani generazioni, cui pensavamo a torto di dover rinunciare.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette