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Klaus Waldeck da Vienna è il tipo di musicista che ama le scommesse. Nel 1992, dopo aver deciso coraggiosamente di mollare la carriera legale a favore di quella musicale, certamente più rischiosa, lascia la conservatrice Austria per un’Inghilterra forse ancor più conformista e alle prese con un difficile post-Thatcher. Lì avviene l’incontro con Joy Malcolm (Incognito, Moby) e Brian Amos (Pressure Drop) che sarà fondamentale per l’avvio della carriera musicale dell’austriaco. Gli appassionati di musica elettronica ricorderanno infatti con piacere il suo EP d’esordio Northern Lights (1996) o almeno il singolo Aquarius, figli di quell’importante incontro e usciti in piena era trip-hop, ma ben due anni prima dell’iconico Mezzanine dei Massive Attack. Waldeck parte col botto, sfornando qualcosa di compatto ma concettualmente pieno di aperture e possibilità. Negli anni successivi infatti la bandiera dell’artista austriaco sarà sempre un intelligente sincretismo tra generi che, sebbene legato al Bristol sound, confluirà sapientemente verso un certo tipo di neo-soul (Balance of the Force) o in un elettro-dub straniante e oscuro (The Night Garden).
Si arriva così al 2016, quasi quindici anni dopo l’inizio di tutto. Il signor Klaus Waldeck è ormai un artista di spessore e consumato produttore foriero di un’emergenza comunicativa impressionante. Cambiando ancora rotta e dando vita al movimento Electro Swing (preceduto dal Ballroom Stories del 2007) nasce Gran Paradiso, album che lo stesso artista ama definire à la Spaghetti&Western. Un cambio di rotta totale e una full immersion nell’Italia del dopoguerra, impreziosita, per la prima volta, dall’uso della lingua italiana. La cantante viennese La Heidi è il fil-rouge delle tredici tracce, una compagna di viaggio insuperabile per un racconto nostalgico che parla di guerra (Bello ciao), di sogni sbiaditi (Illusione, Una volta), di amore (Serenata). Basta guardare il video di Shala-Lala-La per ritrovare le stesse atmosfere, le stesse parole che Waldeck e la Heidi usano per definire il proprio disco: «Un album da ascoltare in sottofondo, quando si invitano amici a cena» o «un album che richiama qualcosa che scorre, leggero. Ricorda le onde del mare d’estate e quel carattere deciso, un misto tra struggimento quotidiano e forte voglia di ballare».
Gran Paradiso è un compendio ben riuscito di ispirazioni fellianiane, neorealiste, positiviste e delle astrazioni di un non-italiano di fronte all’estetica post bellica, del boom e dell’immaginifica Dolce Vita. Richiamando con forza le atmosfere del glorioso Monaco ’74 (al secolo Subbuteo) dei Delta V, Waldeck riesce in più occasioni a squarciare il velo del tempo e a coglierne, in una logica quasi proustiana, elementi cardine, mantenendo alta l’attenzione e rifuggendo qualsiasi tipo di tedio esistenziale.
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